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28 ago 2010

L’ ERBA DEL LAOS E’ SEMPRE PIU’ VERDE

Author: lale | Filed under: lakatia, laos, thailandia

Eravamo rimasti al nostro viaggio verso Ventiane, in un bus stipato di gente, con il solito problema di overbooking, tante’ che il vuoto corridoio del bus viene subito riempito con seggiolini per sistemare i passeggeri in piu’ ed in futuro capiremo che qua in Laos è una pratica comune. Una volta arrivati ci diamo subito da fare per trovare una sistemazione, con il solito pellegrinaggio fra la miriade di guest house … ormai abbiamo imparato che non bisogna seguire alla lettera la famosa Lonelyplanet, ma bensi’ armarsi di pazienza e cercare di propria iniziativa. Ma questa volta ci viene incontro una coppia inglese che ci indirizza verso una guest house carina, con colazione compresa e dolcino a merenda, spenderemmo un pochino di piu’ del previsto, ma l’Ale alla parola ” colazione compresa ” proprio non riesce a resistere.

Difatti lui adotta il metodo ” abbuffarsi a piu’ non posso al mattino ” per poi rimanere sazio quasi per il resto della giornata…ma ragazzi, vedere cosa riusciva ad ingurgitarsi era uno spettacolo nauseante! Partiva dal semplice pane, burro, marmellata e frutta, per passare poi alle uova, riso con verdure stufate e pollo al curry e perchè no, anche una buona insalata!! E per le successive tre ore dovevo sorbirmi una sorta di cantilena in cui lui ripeteva ad intervalli regolari di 10 minuti: ” Madonna Katia, sono sbisinfio! ” ( termine da lui coniato che sta ad indicare una persona fin troppo sazia! ). Nel frattempo io mi ammalo e per circa una settimana saro’ conciata da sbattere via, e non senvira’ farmi maschere di bellezza in vero stile Jason di Venerdi’ 13 e tinta ai capelli con colore ambiguo tendente al verde e cura ricostituente.

venerdi 13

La citta’ è carina e piacevole, per essere una capitale è davvero piccola e ha un numero esorbitante di templi, tutti quanti molto belli. Ne visitiamo qualcuno, gironzoliamo nelle vie della citta’ ma iniziamo ad annoiarci seriamente, quindi un giorno, alla proposta di una signora che ci invita ad un meeting di yoga con tanto di concerto, diciamo subito di si. Oddio, a dire il vero non eravamo interessatissimi, ma quando ci viene spiegato che questo incontro si terra’ nell’albergo piu’ esclusivo della citta’ i nostri due neuroni elaborano subito un unico pensiero: ” Albergo di lusso + meeting = buffet gratis! Quindi risparmio immediato. “
Bene, dovete sapere che una volta arrivati, tutti ci guardavano un po’ dall’alto al basso per via del nostro abbigliamento, diciamo alternativo per non dire da pezzenti, ci registriamo e mentre ci avviamo alla sala dell’incontro gia’ con l’aria soddisfatta di chi avrebbe scroccato alla grande, ci rendiamo conto che qualcosa non torna! Entriamo e con nostro immenso dispiacere ci rendiamo conto che l’unica cosa offerta è acqua! E che il concerto si svolgera’ con una sala praticamente vuota, con una decina di morti in piedi, anzi no seduti, che suonano una specie di musica fusion che, come si dice dalle mie parti, fa scappare le vacche al prato o semplicemente fa venire il latte alle ginocchia…ci siamo intesi?
Porca miseria, siamo in trappola e quindi cosa possiamo fare? Iniziamo con l’ascoltare un po’ di musica e di spiegazioni in merito a questo tipo di yoga che aumenta l’autostima in se stessi, il tutto decantato davanti alla foto abbellita da fiori della guru di questo gruppo di infervorati, ovviamente morta! Ma torniamo al problema principale, che fare? Come possiamo svignarcela senza sentirci gli occhi dei pochi presenti addosso? O peggio come possiamo andarcene senza che nessuno ci porga l’invito a rimanere?
Dopo due canzoni…
Ale: ” Oh, io mi sono rotto le palle andiamocene! Questi sono degli sfigati, ma li hai visti in faccia? “
Katia: ” Dai aspettiamo la prossima canzone, fa brutto andarsene adesso! “
Ale: ” Non me ne puo’ fregare di meno, ho anche fame e mentre attaccano la prossima lagna io me la filo e tu fai quello che vuoi!”
Katia: ” No per favore non mi mollare qua, aspetta ancora un pochino “
Ale ( mentre attaccano con un’altra lagna..) ” Cazzi tuoi io me ne vado, non c’è una mazza da mangiare! Ciao “
Eccolo che si alza all’improvviso ed io lo seguo a ruota per andare subito dopo ad abbuffarci di pad thai!
Eravamo venuti a Vientiane per un motivo particolare, ovvero applicare il visto per l’ India, ma il sentirci rispondere ad ogni domanda in merito con un ” forse ” o con ” penso di si ” ci fa capire che è meglio lasciar perdere, è meglio aspettare la Thailandia!
Quindi è giunto per noi il tempo di migrare piu’ a nord verso Luang Prabang il che vuol dire piu’ fresco e montagna!!
Prendiamo il bus e le ore sembrano interminabili, ma ecco che all’improvviso il paesaggio cambia. Il piattume del sud lascia spazio a montagne bellissime e con forme da togliere il fiato! Eravamo circondati da queste torri di pietra completamente ricoperte da una fitta giungla…bellissime. Saltiamo Vang Vieng, posto famoso per il tubing, che consiste nell’affittare un salvagente a ciambella e lasciarsi scivolare sull’acqua del Mekong, il tutto condito con fiumi di alcol bevuto nei vari bar lungo il tragitto…ci sentiamo un po’ vecchietti per questo, e poi figuratevi a me quanto me ne puo’ fregare!
Continuiamo a contemplare il paesaggio mentre attorno a noi si scatena il festival del vomito…provate ad immaginare… con tutte quelle curve e poi i laotiani non tollerano molto i bus!
Arriviamo a Luang Prabang, ormai si è fatta sera e ci incamminiamo verso la zona delle guest house e meraviglia di tutte le meraviglie attraversiamo il famoso night market, un mercatino che occupa un’intera via dove la gente locale, nella totale tranquillita’ vende artigianato fatto di tessuti, abbigliamento e bigiotteria, è il mercatino piu’ caratteristico e meno caotico che fino ad ora abbia mai visto. E qui scatta per me ” il richiamo della foresta “! Non mi importa niente dello zaino che ad ogni passo diventa sempre piu’ pesante, mi importa solo memorizzare nel minor tempo possibile tutte le cose potenzialmente acquistabili! Ecco il mondo perfetto per me dove borse e vestiti sembrano chiamarmi per nome, dove ogni cosa si rivolge a me con tono implorevole ” per favore katia, compramiiii! “. Ma nel mio mondo di shopping sfrenato, dove io sono provata dal peso di tutti i sacchetti ricolmi di ogni ben di dio…irrompe una voce brusca che tuona: ” Katiaaaa, per la miseriaaa, muovitiii! Non è il momento adesso! “

richiamo del consumismo

E va bhè, sara’ alla prossima, prima il dovere e poi il piacere, o almeno spero! Trovata la camera ci addormentiamo come sassi, non prima pero’ di aver scroccato la nostra dose di wifi da qualche lussuoso albergo! La citta è piccola ed incredibilmente tranquilla, anche i motorini e le macchine che si aggirano per le pigre viuzze sembrano non emanare eccessivo rumore, questo puo’ essere il posto perfetto per fermarsi un po’ piu’ del dovuto. La caratteristica principale di questa cittadina sono gli innumerevoli templi, difatti molti dei templi piu’ antichi di tutto il Laos si trovano qui e lo dimostra anche l’altissimo numero di monaci che si aggira per le strade. La gente è molto cordiale e tranquilla e fatta eccezione per qualche monaco che incuriosito dalla nostra presenza ci pone delle domande,  di rado incontriamo persone che attaccano bottone con noi di loro spontanea volonta’, forse perchè sono molto riservati.
Visitiamo qualche tempio di maggior importanza ma deciamo che arrivati a questo punto del sud est asiatico, di templi ne abbiamo visti veramente troppi. Incontriamo di nuovo delle ragazze conosciute in Cambogia e trascorriamo con loro gran parte del nostro tempo, e conosciamo anche gente nuova tra la quale anche i primi italiani in vacanza.
Io vado anche a visitare delle cascate a pochi kilometri dal centro mentre l’Ale si rilassa spaparanzato a leggere e scrivere. Una mattina mi sono alzata all’alba per assistere ad un rito quotidiano dei monaci, che consiste nel camminare in fila per la cittadina con lo scopo di raccogliere offerte da parte della gente che per lo piu’ consiste in cibo e denaro. Girano scalzi con le loro tuniche arancioni e la loro anfora e sono veramente in tanti. Viene loro permesso di accettare le offerte ma non di chiederle, toccante, ma molto turistico…difatti era pieno di turisti che scattava loro foto da distanze ravvicinate, manco fossero fotografi ad una sfilata di moda. Alcuni monaci pareva apprezzare altri evitavano timidamente i flash. Io ne ho fatta qualcuna, poi quando ho visto come si metteva la situazione me ne sono ritornata a letto!!
Dopo una settimana, lasciamo Luang Prabang per recarci a Luan NamTha, un piccolo paesino in montagna piu’ a nord. Per la cronaca, alla fine non ho comprato niente…il pensiero di aggiungere peso al mio zaino mi angosciava.
Luang Namtha in sè non ha niente di particolare ma la cosa che la rende cosi’ importante è il parco nazionale dal quale partono tutti i trekking. Noi preferiamo affittare un motorino e recarci a Muang sing un piccolo paese circondato da montagne e scoprire i suoi dintorni imboccando stradine cosi’ a casaccio. Il panorama è veramente bello, fatto di montagne e di km e km di risaie di un verde accecante e una volta arrivati ad un ristorantino della zona veniamo avvicinati da donne locali che insistono nel venderci dal semplice braccialetto fino a strane sostanze psicotrope!!  Finiamo addirittura in un piccolo villaggio dove apparentemente non si trovava anima viva, ma alla vista di ” farang ” ovvero stranieri, ecco che da ogni parte attorno a noi vediamo arrivare gente correndo e non contenti ci accerchiano curiosi fissandoci senza proferire parola!! Noi li salutiamo imbarazzati, ma dopo qualche minuto ci rendiamo conto che è meglio continuare la nostra gita in cerca di nuove avventure. Ma il tempo inizia a peggiorare quindi ce ne ritorniamo di fretta e furia a Luang Namtha, prima pero’ diamo un’occhiata veloce al serbatoio…e tutte e due di comune accordo decidiamo che la benzina puo’ bastare…bhè, meno male che c’erano un po’ di discese…altrimenti avremmo fatto parecchi km a piedi!

dispersi nella campagna laotiana

Il visto del Laos sta per scadere ormai quindi decidiamo di recarci a Chiang Mai per applicare finalmente il visto per l’India, sperando che almeno li’ qualcuno sappia dare risposte soddisfacenti a tutti i nostri dubbi. Devo dire che il nord della Thailandia per noi è decisamente migliore del sud, la gente è meno pressante e l’atmosfera è davvero bella, forse è anche per questo motivo che molti stranieri decidono di vivere qui…va bhè diciamo uno dei motivi…l’altro potrebbe essere ” le donne thailandesi “! Troviamo una guest house piccola, in una zona tranquilla e diciamo che la propietaria ci ha conquistato.
Appena capisce che siamo italiani inizia ad urlare le poche parole che sa e ridendo come una matta inizia ad offrirci birra e qualsiasi cosa commestibile che le capiti a tiro, senza voler un soldo in cambio, questa si che è ospitalita’! Nell’attesa del nostro visto giriamo la citta’ in motorino, ci rivediamo con Dave, il ragazzo kiwi conosciuto in Laos e cazzeggiamo senza vergogna. Arrivati a questo punto del viaggio, accusiamo un po’ di stanchezza, non abbiamo nessuna voglia di vedere questo e quello, vogliamo solamente goderci il nostro tempo senza fare nulla!! Difatti alla fine rimarremo a Chiang Mai per ben tredici giorni, ma se ci chiedete se abbiamo visto le tigri, o qualche tempio, o fatto trekking, la risposta sara’ ” no! “. Quello che abbiamo fatto è stato solo conoscere gente, tra la quale parecchi italiani, leggere e fare vita da famiglia thailandese…e si, per tutto questo tempo siamo diventati parte integrante della famiglia alternativa di Niky, la proprietaria della guest house, fatta da tanti suoi amici e vicini. Abbiamo capito che adorano sparlarsi dietro tutto il giorno con la brutta abitudine di indicare a volte anche il soggetto in questione , mangiano pietanze buonissime che non sono i soliti noodles, zuppe varie e pad thai e lo fanno per minimo 5 volte al giorno! Noi ovviamente eravamo costretti a mangiare caso contrario si offendevano. Sono pigri da morire e tra di loro si aiutano tantissimo e tante altre piccole cose.
Appena arrivava qualcuno con del cibo subito Niky ci chiamava e ci invitava a farle compagnia, suonava un po’ come ” ragazzi a tavola, è pronto! ” e subito dava il via a tutti i suoi spettegolezzi. Diciamo che dopo 13 giorni sapevamo vita, morte e miracoli di tutto il vicinato e non solo…sapevamo anche a che prezzo erano state acquistate tutte le guest house adiacenti la sua e cosi’ via. Ma purtroppo arriva sempre il momento di andarsene e questa volta lo abbiamo fatto con una nostalgia incredibile, mentre tutti quanti ci salutavano abbracciandoci e baciandoci noi avremmo voluto fermarci ancora un po’!! Ma abbiamo un volo che ci aspetta e soprattutto abbiamo avuto la bellissima notizia che è possibile andare anche in Nepal…salvo sorprese all’ultimo minuto!!
Lakatia
13 ago 2010

COMPAGNI LAOTIANI

Author: lakatia | Filed under: lakatia, laos

” Porca bestia! Eppure a qualcuno riusciremo a rifilarli! ”
Questa frase ci tormenta da troppo tempo ormai… Per essere piu’ precisi da dopo che siamo usciti dall’Equador dove la moneta nazionale, incredibile ma vero, è il dollaro. Ci era rimasto appunto un unico 20$, stropicciato e pieno di scritte che ora nessuno vuole! Abbiamo provato a cambiarli lungo tutto il tragitto verso la Cambogia, in banche, uffici di cambio ufficiali e non, abbiamo cercato di rifilarli a tutti maledettissimi tuk tuk, a negozi….ma niente! Ma… eppure non sembra falso! Arricceranno il naso solo perchè è vecchio e brutto? Che si guardassero prima le loro monete locali, c’è poco da arricciare il naso!
Ovviamente abbiamo tolto dal nostro elenco una certa categoria di gente che secondo il nostro canone valutativo non se lo meritava…sapete, in caso fosse falso appunto.
Cosi’, una volta arrivati al confine tra Cambogia e Laos, ci riproviamo. Quando sicuramente ci verra’ chiesta ” la tassa governativa di passaggio ” ovvero ” la mazzetta per i militari”, devo rigorosamente pagare con soldi stropicciati e non, senza fiatare, senza dir loro brutte parole e sotto minaccia dell’Ale, che mi guarda con occhi minacciosi, eseguo gli ordini. Dovete sapere che io ho due divieti assoluti da rispettere, non contrariare chi porta una divisa sopratutto se lavora in una frontiera e parlare con i guidatori di tuk tuk poichè la diplomazia non è il mio forte!
Alla fine anche i corrotti doganieri non vorranno il nostro maledettissimo 20$…” corrotti si, ma scemi no! ” avranno pensato. Ecco il Laos ci accoglie cosi’ mentre due bandiere svolazzano sulle nostre teste, una laotiana e l’altra del partito comunista!

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Nel tragitto conosciamo Dave un ragazzo in salute della Nuova Zelanda ed un’arzilla coppia formata da Helen dall’Irlanda e da Mario da Barcellona entrambe sessantenni che con il loro zaino in spalla non sembrano curarsi di tutte le scomodita’ incontrate, dei grandi direi! Tutti insieme saliamo su di un bus sgangherato, guidato da uno che sembra vedere un mezzo a motore per la prima volta in vita sua e dopo una corsa a ” scatti ” con noi che ciondolavamo avanti ed indietro, arriviamo all’imbarco per Don Det, piccola isola situata nell’ arcipelago di four thousand islands ovvero le 4000 isole sparpagliate nel bel mezzo del Mekong. Il caldo e l’umidita’ ci fanno impazzire ed io come sempre mi sento un po’ come a casa.
Prendiamo la barca, sempre con mio disappunto, ed una volta arrivati cerchiamo di orientarci per cercare una sistemazione. Alla fine, anche se è un po’ lontano dal centro, optiamo per i boungalow di mr. Phao, poichè veniamo subito rapiti dalla sua gentilezza. Come da manuale del buon viaggiatore, gli chiediamo subito di insegnarci alcune parole base in laotiano, come ciao, per favore, grazie…e mentre ripetiamo con lui, per l’Ale ci sono solo complimentei per la sua perfetta pronuncia, per me solo correzioni! Da quando siamo arrivati in Asia, quando lui pronuncia qualche parola nell’idioma del posto, i locali lo guardano con ammirazione. Mentre quando dico qualcosa io loro mi guardano con un punto di domanda stampato in volto…e che cazzo!! Il resto delle giornate le passiamo in totale relax, scorrazzando in bici tra le campagne piene di bufali a mollo nell’acqua e di bambini, a mollo pure loro, e visitando senza mai smettere di sudare tutto il resto dell’isola e le cascate del mekong, che in questo punto diventano particolarmente grandi.
La sera invece ci ritroviamo con i nostri nuovi amici e davanti ad un buon piatto cucinato da Mr Phao tiriamo tardi ridendo e discutendo di un sacco di cose…apprezziamo molto la loro compagnia soprattutto con Helen e Mario con i quali daremo inizio ad un nuovo ciclo di conoscenze ovvero ” della terza eta’ ” e la cosa non ci dispiace affatto, ai nostri occhi risulta il piu’ delle volte molto interessante e stimolante.

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mario e ellen

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dave

All’inizio, nel conoscere i laotiani siamo rimasti un poco spiazzati, sono molto diversi dai cambogiani, direi che sono piu’ pacati e molto piu’ chiusi, chissa’ forse è solo timidezza! Eravamo abituati a sentire urla di bambini che ci salutavamo, che ci correvano incontro per tempestarci di domande, ma qua pare che non funzioni cosi’, sono un po’ piu’ restii nell’approccio, ma noi comunque non ci perdiamo d’animo!
Nel frattempo passano quattro giorni e decidiamo di partire per Pakse, cittadina un po’ piu’ a nord e lo facciamo con un bus sgangheratissimo e pieno di gente, io addirittura ho rischiato di non partire perchè non c’erano piu’ posti (ovviamente avevano venduto piu’ biglietti del dovuto, ma qua a quanto pare è di routine). Arriviamo alla stazione di Pakse che è lontana km dal centro e ci dicono di scendere dal bus e di prendere un tuk tuk che ci portera’ alla nostra guest house…
” Cosaaaaa? Non ci penso nemmeno, io ho pagato gia’ il biglietto fino al centro!!” Ma visto il mio divieto mi limito a piantonarmi sul bus senza dire una parola…oddio…qualche parola l’ho detta, ma è meglio non riportarle, mentre l’Ale usa la sua tecnica all’italiana …sorriso e faccia di chi la sa lunga. Entrambe le tecniche funzionano e quindi veniamo accontentati, centro sia. Senza farlo apposta incontriamo nuovamente Dave, Helen e Mario, quindi diamo inizio al nostro solito rituale serale, con ottimi risultati direi. Nei giorni seguenti affittiamo una moto e decidiamo di farci un tour per i fatti nostri al Bolaven Plateau che consiste in un intinerario di due giorni alla scoperta di cascate e gente locale, ma noi soprattutto lo facciamo alla disperata ricerca di fresco, visto che il caldo e l’umidita’ fino ad ora sono stati insopportabili, ma facciamo un breve bilancio di questo ” rinomato tour ” consigliato da tutti:
1) Ci spariamo 300 km in due giorni, ovviamente tenendo conto dei vari errori nel trovare la strada giusta ( avevate dubbi? )
2) Le nostre chiappe hanno preso la forma di un cubo
3) Non ho visto queste grandi meraviglie tanto decantate….o forse siamo noi ad avere ormai il palato fino!
4) Il motorino come mezzo di trasporto non mi piace, non mi permette di attaccare la pezza ai locali come vorrei!

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questa era notevole

Una volta tornati siamo stanchi morti e affondiamo la nostra delusione in un’ ottima cena indiana ma l’incubo peggiore doveva ancora arrivare…Difatti durante la notte, mentre dormivamo belli spaparanzati con il ventilatore diligentemente puntato verso di noi, a qualche km di distanza da Pakse si scatena un temporale fortissimo, mandando in tilt la centrale elettrica…e di conseguenza ci svegliamo in un lago di sudore alla disperata ricerca di un pochino di brezza! Macchè, tutta la città era in preda al panico perchè senza elettricità gli amati ventilatori non funzionano e il cibo senza un frigorifero se la passa davvero male, la corrente tornera’ solo il giorno seguente!!
Il mattino dopo con il solito bus scassato che ha come velocita’ massima i 50 km orari proseguiamo verso nord e ci fermiamo a Savannakhet, una piccola cittadina dall’architettura decisamente coloniale, carina e tranquilla ma noi appreziamo solo a meta’…iniziamo ad essere seriamente stufi della temperatura cosi’ alta ormai da mesi e dal fatto che è molto tempo che non rimaniamo fissi in un posto per piu’ di una settimana, quindi prossima tappa Vientiane, la capitale.

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cani laotiani

la Katia

6 ago 2010

LA KATIA E IL BATTESIMO DELL’ ACQUA

Author: lale | Filed under: cambogia, lale

Eravamo rimasti sulle sponde del fiume in attesa di sapere se le sue acque mi avrebbero reso santo o malato.
Bene, sono sopravvissuto, ma per un breve periodo abbiamo deciso di staccare con la caldissima valle del Mekong per andare in cerca di un po’ d’ aria e di qualche ondulazione della terra superiore ad un sasso.
Per farlo ci siamo avventurati nella remota regione di Mondulkiri nell’ estremo est della Cambogia in una delle rare zone montagnose del paese, poca roba, mille e qualcosa metri, ma abbastanza per tirare il fiato.
Le buone vibrazioni avute finora in Cambogia continuano anche qui, innanzitutto perchè incontriamo nuovamente Inma e Ander i nostri amici baschi che viaggiano con un paio di giorni di anticipo su di noi, e poi perchè più ci inoltriamo fuori dalle rotte più battute il paese diventa sempre più sincero.
Giunti in questo paesino di nome Sen Monoron ci sistemiamo subito su una terrazza di legno a goderci il meritato fresco, non proprio gelido, ma vi assicuro che dopo la pianura cambogiana dove sudavi solo a pensare qui siamo rinati; oltretutto il paesaggio è davvero bello con le sue dolci colline coltivate a caffè e pepe e solcate da strade di terra rossa, sembra quasi una versione un po’ più etnica della Toscana.
Come sempre il primo giorno lo utilizziamo per ambientarci, visitare il paese (5 minuti) che si rivela essere il solito incasinatissimo paesino cambogiano e fare una piccola gitarella in collina in compagnia dei baschi, questa volta senza l’ amata bicicletta ma addirittura a piedi! I dintorni di Sen Monoron sono davvero piacevoli e per nulla faticosi, ma giunti in cima ad una collina con vista su quello che loro chiamano “l’ oceano di alberi” ci rendiamo conto perchè questa zona è considerata la più selvaggia della Cambogia e la più intatta: una infinita distesa di giungla si apre sotto di noi a perdita d’ occhio e, da quel che ci dicono, da queste parti si possono trovare tutte le bestie più feroci e sanguinarie che si possano immaginare. Io ho già la Katia, quindi mi limito a guardare da lontano.

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euskal herria i nostri amici baschi

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l’ oceano di alberi

Dopo un’ altra piacevole serata passata al fresco bevendo un intruglio schifoso che chiamano vino di riso, ci apprestiamo a partecipare al nostro primo tour, questa volta ci tocca, soprattutto perchè io da solo non lo so guidare un elefante.
Si, come con i pinguini, la Katia ha iniziato già da un paio di mesi a farmi “na capa tanta” con gli elefanti o, come li chiama lei gli “elefantini”.. cos’ avranno di ino lo sa solo lei. Quindi eccoci pronti al nostro trekking in elefante, ci portano di buona mattina fuori dal paese all’ inizio della giungla dove le case iniziano ad essere di paglia e le strade di terra rossa la quale ti lascia addosso una patina arancione dopo solo pochi minuti di motorino.
Aspettiamo l’ arrivo della nostra guida in un villaggio e assistiamo tra l’ altro all’ investimento di un maiale con conseguente strazio al limite delle lacrime della vostra animalista preferita.
E poi, improvvisamente, arriva lei, la nostra poliglottissima guida la quale parla il cambogiano, un qualche dialetto della giungla e ovviamente il linguaggio degli elefanti fatto di grugniti, nel suo repertorio purtroppo non c’è nè l’ inglese nè l’ italiano, quindi, essendo solo io e la Katia, ci si prospetta una giornata da mimi.
Tutti eccitati saliamo in groppa all’ elefantino il quale non ha nome (sembra effettivamente una cosa molto occidentale dare nomi agli animali) e iniziamo ad inoltrarci nella giungla.
Per i primi 5 minuti è anche emozionante, mica capita tutti i giorni di cavalcare una bestia simile; dopo 10 minuti l’ emozione scema, dopo 20 minuti è decisamente andata via, verso la mezz’ ora iniziamo ad avere crampi per la posizione scomoda, giunti all’ ora di snervante cavalcata continuamente interrotta dalle pause del pachiderma per mangiare, iniziamo ad avere l’ orchite; complice il silenzio della nostra guida e la posizione impossibile iniziamo a pensare di aver preso una sola, il dubbio si fa più forte quando ad un certo punto ci fermiamo in una radura per il pranzo e, dopo aver spazzolato un piatto del solito riso portato da casa, la guida si mette a dormire e ci lascia li come due scemi a farci rosicchiare dalle formiche e ad ammirare la mirabolante attrazione del luogo: una cascatina più piccola di quella del ruscello dietro casa mia.
Ma come sempre la Cambogia è pronta a stupirti quando meno te lo aspetti con i suoi improbabili personaggi e la nostra gita in elefante si trasforma improvvisamente in un’ avventura e noi da turisti ci trasformiamo in antropologi del National Geographic (vabbè non proprio…)
Stufi di rimirare le formiche giganti che ci stanno letteralmente mangiando i piedi iniziamo a tempestare la guida (questa proprio non mi ricordo come si chiamava, qualcosa tipo Oh) provando a parlarle in tutte le lingue e dialetti conosciuti, poi la Katia ha l’ idea geniale e si mette a disegnare usando pezzi di rami; riusciamo a farle intendere che vogliamo vedere dove vive e lei incredibilmente capisce.
Pochi minuti nella selva e ci si apre un’ altra radura, questa volta più grande e in parte coltivata. Al centro si trova una capanna con il tetto in paglia e aperta su due lati, la scena che ci si presenta è davvero un passo oltre le nostre precedenti esperienze: questi son selvaggi veri, vivono mezzi nudi, niente elettricità o acqua corrente, coltivano qualcosa e guadagnano qualche soldo con l’ elefante (anche se credo che la fetta maggiore se la magni l’ agenzia che organizza i trekking).
E quindi eccoci qui con la numerosissima famiglia della giungla per quello che io vorrei essere un incontro tipo “the delle 5″ ma già so che le abitudini qui sono differenti e già so che anche qui mi faranno mangiare qualcosa.
Infatti dopo pochi minuti inizia il festival della banana (qui proprio abbondano, non sanno più dove metterle) e a me non va la banana, ma la Katia inizia a dirmi che questi si offendono e che devo accettare tutto (che ne sa poi lei delle popolazioni della giungla??)
E vabbè, mangiamoci sto paio di banane.
Ma vuoi che si limitino solo a misere banane cruda?
“Gentile muso bianco, che ne direbbe di una gustosissima banana abbrustolita” credo abbiano detto questo nella loro lingua porgendomi i moncherini anneriti.
Credo che ci siamo pappati almeno 5 banane a testa, e la carenza di potassio è a posto.
Nel frattempo il papà vedendo che fumo mi offre da fumare un po’ del suo.
E voi penserete che ora la storia prende una piega psichedelica con sostanze segrete della giungla fumate in antiche pipe… magari!!
Tira invece fuori il suo sacchetto del trinciato forte probabilmente coltivato da lui stesso, stacca una foglia da un albero, ci mette dentro il tabacco e l’ arrotola con leccata finale.
Poi in puro stile “jungle” prende un tizzone ardente dal fuoco, l’ accende e me la passa.
Altro che canne.. mi è sembrato di fumarmi 20 sigarette concentrate in una sola da quanto era forte, ma io non sono un vero selvaggio, egli vedendo la mia faccia provata da solo un paio di tiri di una “vera” sigaretta avrà pensato:
“fighetti di città.. tzz”

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non è come sembra…

Durante queste fumate e bananate il papi intanto preparava da mangiare e io nel frattempo cercavo di non pensare all’ inevitabile momento che sarebbe arrivato da li a poco: il pranzo.
Ammetto che mi ha affascinato la tecnica culinaria la quale consisteva nel tagliare a pezzetti tutto quello che si trovava in giardino, io sono a riuscito ad individuare: pomodori, melanzane, peperoncino, cetriolo, banane (strano eh?), sale q.b. olio da una tanica e chissà cos’ altro.
A questo punto prendete la verdura e introducetela in un grosso tubo di bambù chiuso da un lato, ponetelo sul fuoco vivo e rigirate di tanto in tanto.
Aggiustate con spezie chimiche varie e terminata la cottura frullate il tutto con un bastone spingendolo più volte all’ interno del tubo. Ecco a voi la “pappetta verde della giungla” da servire con riso.
Cotto e mangiato!
La Katia mi guarda male facendomi capire che devo mangiare tutto e anche stavolta mi tocca e devo dire che non era proprio così malvagia, questo giro però ho rinunciato all’ acqua di fiume che mi è stata offerta.

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pentola di ultima generazione

Trascorriamo ancora un po’ di tempo con la famiglia, “chiacchieriamo”, mangiamo altre banane, giochiamo con i bambini e soprattutto riflettiamo sull’ esistenza di queste persone lontane anni luce dal nostro stile di vita, che, anche se non hanno nulla, sembrerà banale a dirsi, sembrano felici e sembrano farsi molte meno pippe mentali di noi; soprattutto i bambini, a differenza di altri bambini visti in città e costretti a lavorare, qui fanno i bambini e basta, giocano nel bosco, giocano con giocattoli costruiti con quello che si trova e se la ridono di gusto.

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scorci di vita famigliare

Purtroppo arriva il momento di tornare in groppa all’ elefante per il ritorno e qui arriva il momento della Katia visto che prima di partire bisogna lavare l’ elefante e lei è esaltatissima.
Io mi apposto al bordo del fiume e sto a guardare lei e Oh che cavalcando a pelo entrano in acqua lentamente e in pochi secondi avviene il dramma: ormai tutti tranne l’ elefante sanno del terrore verso l’ acqua della Katia, la quale valuta male la profondità del fiume e, quando si ritrova in mezzo e l’ elefante si butta di lato per rinfrescarsi bene le balle, viene colpita dal solito attacco di panico e sfoggia una agilità che mai le avrei attribuito per rimanere in groppa all’ animale.
Ho documentazione dell’ accaduto, questo è il filmato:

Stanchi, col culo rotto e con la Katia fradicia torniamo in paese dove trascorreremo ancora un paio di giorni prima di ritornare a valle a sudare un po’. Lei dopo aver fatto questa esperienza giura che non salirà mai più in groppa ad un elefante, non tanto perchè è scomodo, ma per come a volte vengono trattati e perchè forse a loro semplicemente non va di scarrozzare per la giungla due buzzurri come noi, forse vorrebbero starsene semplicemente per i fatti propri a sradicare alberi di bambù in santa pace.
Dopo un’ altra sosta a Kratie dove ormai ci sentiamo di casa ci incamminiamo per la nostra ultima tappa, un altro fuori percorso, questa volta Ratanakiri, per arrivarci prendiamo un bus che forse batte tutti quelli usati per ora da quanto è vecchio, rotto e strapieno: questa volta riescono a sistemare addirittura un motorino incastrato fra i sedili, giuro!
A Ratanakiri non faremo molto se non qualche gita in bici (scelta sbagliata in una zona collinare) o relax e letture sulla veranda in una guest house che sembra la casa della famiglia addams, nella quale passeremo anche una notte thriller nella quale la Katia giura di avere visto un topo in camera, ma questa è un’ altra storia.


lago vulcanico a ratanakiri

Ci apprestiamo quindi a lasciare la Cambogia per il Laos, ci porteremo questo paese nel cuore per come ci ha fatto sentire vivi grazie a tutti i personaggi che la popolano e alle situazioni paradossali incontrate, in un futuro se dovessimo ritornare da queste parti del mondo non mancheremo di passarci un’ altra volta.

Lale

17 lug 2010

LALE E IL BATTESIMO DELL’ ACQUA

Author: lale | Filed under: cambogia, lale

Questa foto qua sopra è stata scattata sul Mekong, vicino a Kratie.
La metto all’ inizio così faccio fuori subito la mia cartuccia fotografica migliore e non se ne parla più.
Si, perchè la Cambogia non ha queste incredibili bellezze, a parte Angkor, a parte appunto qualche scorcio del Mekong, ma se si arriva da un viaggio come il nostro con gli occhi così abituati a vedere cose incredibili si potrebbe anche rimanere delusi. Insomma qui non c’è il Perito Moreno o il salar de Uyuny.
Ma noi non siamo delusi, anzi, la Cambogia ci piace sempre di più, soprattutto nella seconda parte del viaggio, il suo bello è ai bordi delle strade, al bordo del fiume, nei mercati e nei ristorantini improvvisati, nei suoi miliardi di motorini sempre stracarichi di tutto e nelle baracche che pullulano di bambini, il suo bello è la gente e l’ atmosfera che riesce a creare.
Arriviamo a Kratie e, oltre ad incontrare nuovamente i nostri amici baschi Ander e Inma, facciamo la nostra prima conoscenza con la madre di tutti i fiumi, sua lentezza il Mekong. Questo enorme e placido fiume perennemente color caffelatte nasce in Tibet, attraversa la Cina e va a lambire tutti gli stati della penisola indocinese, dando vita e fertilità a questa enorme vallata dove si concentra quasi tutta la popolazione di questi paesi.
La cittadina in se non ha nulla di speciale, ma l’ atmosfera lenta e soporifera che si respira la rende un posto ideale dove fermarsi, da qui infatti si può partire per escursioni in bicicletta lungo il fiume, ormai è il nostro mezzo preferito anche se le bici che troviamo pesano sempre un quintale e non sono proprio l’ ultimo ritrovato dell’ ingegneria ciclistica.
La prima gita la consumiamo su un’ isoletta in mezzo al fiume proprio di fronte alla cittadina e, anche se Kratie non è proprio una megalopoli, bastano 5 minuti di barca per giungere in un paradiso rurale dove tutto sembra immobile e la vita si consuma fra campi di riso, mucche e famiglie che semplicemente stanno sedute ad osservare la vita e il fiume che scorrono lentamente. Pedalare fra le piatte stradine sterrate dell’ isola è un piacere, ci si dimentica del tempo e delle ansie, spesso ci fermiamo con i bambini eccitatissimi nel vedere i rari turisti, altrimenti mangiamo angurie in qualche banchetto al bordo della strada dove scambiamo conversazioni mute con i locali a base di sorrisi e gesti; proprio in una di queste soste facciamo un incontro surreale con una sciura all’ apparenza folle che ci parla fitto fitto in lingua Khmer anche se non capiamo una mazza.
Lei se ne sta li con i suoi 4 o 5 denti storti completamente rossi e ci sorride quando vede che non capiamo, lei però capisce tutto e se la ride; se la ride quando chiediamo acqua a sua figlia la quale ci prepara invece un pappone a base di ghiaccio, latte condensato e sciroppo alla frutta; se la ride quando la figlia a metà beverone aggiunge in ognuno dei nostri bicchieri una cucchiaiata di strane cosine gelatinose che non voglio sapere cosa fossero e a cui non possiamo sottrarci; se la ride soprattutto quando tira fuori dalla tasca una serie di barattoli e ci prepara il suo intruglio preferito il quale consiste in queste bacche rosse, una foglia non bene identificata sulla quale viene spalmata un’ altra pappetta bianca non identificata, del tutto si fa un pacchettino e ce lo si infila in bocca, tutti e tre allegramente.
Succhiamo sorridendo per qualche minuto e poi lei ci insegna la cosa più divertente di tutto questo “rituale”: senza nemmeno girarsi dall’ altra parte si mette a sputare saliva rossa per terra e ci invita a fare lo stesso, noi la seguiamo a ruota fra le risate di tutti, soprattutto quando sorridiamo e mostriamo che anche noi siamo diventati dei “denti rossi”, e giù tutti a sputare rosso e a ridere, vista da fuori doveva essere davvero una scena surreale.
Finito il meeting antropologico ci rimettiamo a pedalare e la Katia, che fino a poco prima aveva paura di essere stata in qualche modo drogata, si scopre contenta di essere stata drogata perchè dice di sentire una nuova energia nella pedalata, il termine che usa è “ringalluzzita”, la sua velocità di crociera passa dagli 8 ai 9 chilometri all’ ora.
Più avanti scopriremo che quello che abbiamo ingerito si chiama betel ed è effettivamente una specie di droga, ma così blanda che difficilmente se ne possono scorgere gli effetti, a parte la bocca rossa. E figurati se ti regalano mai qualche droga buona… maledetti spacciatori!

vita da mucca

vita da ciclista

vita isolana, niente auto

Sempre nell’ ambito del nostro tour ciclistico della Cambogia facciamo un’ altra gita questa volta seguendo il fiume per andare a vedere un posto che dovrebbe essere la più mirabolante attrazione turistica del luogo: i delfini del Mekong.
Ovviamente non li vedremo, un po’ perchè l’ idea non ci eccita così tanto, un po’ perchè giunti sul posto ci chiedevano 7 dollari a testa solo per stare sul bordo del fiume e aspettare di avere culo per vederli. Eccheccazzo! 14 dollari per sedersi sul bordo del fiume? ma il suolo vicino ai corsi d’ acqua non dovrebbe essere del demagno? con quei soldi qui in Cambogia puoi avere una fornitura di riso per un mese!!
Vabbè la giornata sarà ugualmente una delle più ricche visto che già la strada in se per arrivaci regala splendidi paesaggi e incontri stimolanti, e poi è gratis!
Innanzitutto durante il percorso si vedono spaccati di vita vera cambogiana, ovvero in mezzo alla strada, visto che sembra che tutte le persone trascorrano qui la loro vita: giusto una capanna dove dormire e vendere qualche cianfrusaglia al bordo della via e poi giù tutti in strada a cazzeggiare: bambini soprattutto visto che l’ età media da queste parti sembra essere fra i 5 e i 7 anni, rarissimo vedere un anziano (chiedete perchè a pol pot), ma anche adulti che si dedicano a qualche specie di agricoltura (non intensiva che ci si stanca troppo) o che trasportano le cose più improbabili e più grosse possibile in motorino.
Andiamo a vedere anche un tempio, ovviamente in cima ad una montagna con migliaia di gradini, un tempio minore, mica roba Unesco, ma proprio qui scorgiamo dei lati del buddismo parecchio interessanti visto che all’ interno si possono ammirare dipinti riguardanti l’ origine di questa religione, o per lo meno come lo intendono da queste parti: teste mozzate, uomini scimmia, uomini con teste di gallo, uomini mangiati dai galli, uomini impalati e soprattutto lui, una specie di omino verde venuto dal cielo e vestito da budda.. vi dice qualcosa?

stranezze varie

menomale che il riflesso maschera un po'

il mitico omino verde

Per il resto della giornata saremo invece occupati con Soda (credo si chiamasse così e comunque mi piace pensare che questo fosse il suo nome) un ragazzo che ci bracca in mezzo alla strada e ci “attacca la pezza”; sa parlare abbastanza bene inglese ed è ansioso di comunicare con dei gringos, noi controlliamo la nostra agenda degli impegni e decidiamo che per oggi possiamo disdire tutte le nostre riunioni.
Soda è un insegnante di francese, inglese e credo pure geografia, insegna queste materie alla scuola pubblica secondaria del posto e il suo stipendio mensile è di 50 dollari!!
Ovviamente non ci sta dentro ed è costretto a vivere in una stanzetta nel monastero dove consuma anche i suoi pasti a base di riso bianco, i monaci qui provvedono anche ad aiutare la scuola e tutto quello che ci gira attorno, in cambio chiedono solo di essere dei bravi buddisti; io continuo a chiedermi sempre come sia possibile che affianco alle baracche dove la gente vive si possano costruire questi barocchissimi templi dorati super luxury, ma tutto il mondo è paese.
Soda ci fa fare una visita guidata del tempio della quale capiamo mica troppo (ma anche qua c’ era l’ omino verde), il suo sogno è fare la guida turistica e ha anche un (uno solo) biglietto da visita stropicciato e bagnatissimo che non ci può dare, ma del quale possiamo copiarne il contenuto, ci fa conoscere tutti i bambini super casinisti della scuola e ci mostra la vita dei monaci scandita da preghiere, le immancabili ciotole di riso e poi giù tutti di meditazione; poi ci porta a mangiare, e qui scattano 5 minuti di paura.
Sarebbero le 5 di pomeriggio e noi non abbiamo mica tanta fame, ma vuoi offendere un cambogiano che vuole farti assaggiare le originali prelibatezze Khmer? lui lo chiama natural food.
E vada per il natural food..
Il “ristorante” in questione è un monotavolo al bordo della strada (ma va?) gestito da una sciura che per comodità chiameremo sciura Maria.
Ci sediamo tutti e tre e il “ristorante” è pieno, io metto le mani avanti e dico che non ho tanta fame e quindi prendiamo solo un piatto in due io e la Katia, la sciura Maria sorride e blatera qualcosa, lo dico anche a Soda e anche lui sorride, ci arriva 1 ciotola a testa ovviamente.
Il piatto lo prepara davanti a noi prendendo da vari ciotoloni: noodle di riso freddi, ginger, “cose” che nessuno sa cosa siano e brodo freddo, il tutto sorvolato dal consueto stormo di mosche, con almeno un paio di galline che camminano sotto e sopra al tavolo e corredato dalle immancabili bacchette per mangiare, no, non quelle monouso nella pratica confezione usa e getta, quelle in legno annerito usate da tutta la popolazione locale prima di noi e ogni volta sciacquate nelle limpide acque del fiume.
Vabbè io e la Katia ci scambiamo le solite occhiate preoccupate ma mangiamo tutto, cercando di evitare il contatto bastoncino-lingua (che già sono impedito a usarli, figurati con queste acrobazie); vorrei dire che almeno era buono, ma in realtà faceva abbastanza schifo, ma il meglio viene con i drink.
Vuoi mangiare cambogiano senza che ti arrivi sul tavolo qualcosa da bere incluso nel prezzo?
Dopo che viene poggiata una specie di teiera e 3 bicchieri sul tavolo va più o meno così:
Soda: glu glu glu..
Ale: glu glu..
Katia: occhio esaminatore sul bicchiere poi torna sulla ciotola senza bere
Ale: Katia non bevi?
Katia: ci sono dei pezzettini di qualcosa che galleggiano nell’ acqua
Ale: ma va… non è acqua, è the, non vedi che è marrone
Katia: ma sei sicuro, mica sembra the
Ale pensa: effettivamente non sapeva di the
Ale rivolto a Soda (speranzoso): che tipo di the è questo? natural the cambogiano?
Soda (sorridente): ma quale the? è acqua!!
A questo punto mi è chiaro che mi sono bevuto mezzo bicchierone di acqua del Mekong ora gli scenari sono due: o divento santo o mi becco la salmonella.
Ma il mio rito di iniziazione fluviale non è ancora finito.
Come se fosse il gran finale della gita che aveva pensato per noi a questo punto Soda ci porta tutti in riva al fiume per vedere il tramonto e farci un bel bagno.
La Katia credo che non lo farebbe nemmeno con una pistola puntata, io nuoto più o meno come un mattone, figuriamoci se entro in quelle acque limacciose e marroni con anche la corrente; decliniamo l’ invito, ma almeno lo accompagniamo in riva al fiume per il tramonto.
Ci sistemiamo su una specie di zattera dove vi è appollaiato un pescatore con la faccia da poco di buono, Soda si toglie la maglietta e in due secondi sta già nuotando come un bambino nel Mekong, con tanto di schizzi e tuffi; noi ci godiamo il momento che è davvero magico, i colori del tramonto sono proprio da immaginario indocinese, la pace, la lentezza, il silenzio interrotto solo da qualche urla di bambino che si tuffa, un incanto.
I miei secondi 5 minuti di paura arrivano quando ci rendiamo conto che si sta facendo tardi e quindi salutiamo Soda per incamminarci verso casa: per primo lui attraversa il ceppo di legno che fa da ponte fra la terra ferma e la zattera, poi tende una mano alla Katia che passa dall’ altra parte, quando arriva il mio turno poggio un piede, Soda mi da la mano, poggio il secondo piede e a quel punto sento formarsi il rumore un secondo prima nella mia mente, come se me lo sentissi, poi arriva il rumore vero, secco, implacabile nella sua velocità:
CRAAAAACKKK
alla fine era destino che dovessi avere questo rapporto intimo con il Mekong, per lo meno questo giro sono riuscito a non bere.

soda a mollo nel Mekong

io dopo esere stato a mollo nel Mekong

Ridiamo tutti (io un po’ meno) e dopo essermi ripreso e dopo aver salutato il buon Soda ci dirigiamo verso Kratie felici e contenti (io lasciando la scia d’ acqua) e con un cielo pauroso completamente rosso a farci compagnia.
Per tutti questi giorni trascorsi sulle rive del Mekong la Katia continuerà a ripetere di sentirsi a casa visto che per lei il paesaggio è incredibilmente simile alla sua città natale Pavia: la pianura (padana), il fiume (Ticino), le risaie, l’ umidità e le zanzare.
Mah.. lei può dire quello che vuole, ma io questi tramonti in riva al Ticino non li ho mai visti e oltretutto secondo a me a Pavia ci sono moooolte più zanzare!!

Lale

il fiume Ticino

10 lug 2010

PEDALANDO TRA I SORRISI DELLA CAMBOGIA

Author: lale | Filed under: cambogia, lale

Diciamolo subito, la Cambogia ci piace e parecchio; avrei voluto parlarne prima ma un po’ per la mancanza di internet, un po’ per la concomitanza con i mondiali che ci impegnavano le serate e un po’ perchè come al solito non abbiamo voglia di fare una mazza, siamo oramai quasi alla fine del nostro tour cambogiano, così, in questo caldo pomeriggio estivo chiuso in una camera di un albergo che sembra la casa della famiglia addams cercherò di rimediare.
Passiamo la frontiera nel primo pomeriggio di una torrida giornata con un mega temporale all’ orizzonte che incombe su di noi, ci facciamo fregare qualche dollaro alla dogana per il visto, ma tutto sommato facciamo anche abbastanza in fretta ed eccoci dall’ altra parte; nonostante ci sia una terra di nessuno fra le due dogane piena di casinò, si capisce al volo che stiamo entrando in un paese considerevolmente più povero della Thailandia, tutto è più impolverato, i vestiti più stracciati e il caos elevato all’ ennesima potenza.
Ci arrivavano parecchie recensioni non troppo positive del paese e quindi eravamo prevenuti, oltretutto il primissimo impatto non è stato dei migliori visto che, già con l’ acquisto del primo passaggio in bus, abbiamo dovuto sfoderare tutte le nostre armi di dissuasione, compresa la sceneggiata napoletana, per ottenere uno sconto del 50% sul biglietto, anche se credo che il prezzo reale fosse ancora più basso.
Il viaggio è abbastanza lungo e prevede la classica truffa di arrivare a tarda ora in una stazione dei bus fittizia lontana dal centro e dalla quale si è costretti a prendere uno dei famigerati tuk tuk, ma i cambogiani non sanno con chi hanno a che fare, infatti sul bus facciamo amicizia con una coppia di baschi e con una cilena i quali, insieme ai vostri italiani preferiti, formano un’ armata di taccagni latini senza vergogna pronti a dare la vita piuttosto che farsi fregare un dollaro!!
Ovviamente vinciamo noi e si va tutti gratis in città, in cambio accettiamo di soggiornare nella guest house del cugino dell’ autista e mai scelta fu migliore: si da il caso che la guest house in questione veniva inaugurata proprio quel giorno e in concomitanza trasmettono la prima partita dei mondiali, abbiamo così modo di sperimentare l’ ospitalità cambogiana: le solite regole di sfruttamento del turista vengono temporaneamente interrotte e noi ci ritroviamo ad una tavolata di locali (tutti guidatori di tuk tuk ovviamente) davanti ad una televisione, bevendo birra a fiumi gentilmente offerta dal capo. L’ atmosfera è irreale, loro sono già parecchio ubriachi alla seconda lattina e ogni 30 secondi mediamente si brinda a qualcosa e arriva un piatto di cibo, quando poi viene segnato un goal scattano grida e urli da stadio per chiunque abbia segnato (all’ inizio eravamo perplessi visto che giocavano sud africa e messico, poi abbiamo capito che sono malati di scommesse).

festa cambogiana

Diciamo che come inizio non è niente male, mi sono dimenticato di dire che il posto dove ci troviamo è una cittadina abbastanza moderna di nome Siem Reap, un posto che non avrebbe senso di esistere in se, la sua fortuna è di trovarsi qualche kilometro fuori da uno dei più impressionanti e leggendari siti archeologici del mondo: i templi di Angkor.
Le rovine hanno una superficie immensa e per visitarle si possono scegliere diversi mezzi motorizzati fra bus, auto, motorini, tuk tuk; noi, nell’ ottica di una continua decrescita, scegliamo di andarci in bicicletta e anche se il caldo della foresta è una cosa micidiale, devo dire che è il mezzo migliore per godersi pienamente la magia del luogo.
Quello che ti permette la lentezza della bici è di entrare in contatto con la variegata umanità che popola tutta l’ area dei templi, gente che vive in semplici baracche ai bordi della foresta raccattando qualche soldo con la vendita di souvenir e la provvidenziale acqua (non dimentichiamoci le raccomandazioni di studio aperto per combattere la calura estiva).
Ad un primo approccio queste persone possono risultare anche un po’ pesanti visto che non smettono un secondo di chiamarti e pregarti di comprare, con il risultato di creare un rumore di sottofondo di cui si capisce solo “one dollar”, ma se si va oltre questo, e noi lo facciamo, si entra in contatto con una delle popolazioni più belle finora incontrate: una volta che capiscono che siamo squattrinati e che vogliamo solo chiacchierare lasciano perdere la loro mercanzia e via a cercare di intendersi su usi, costumi e ovviamente i mondiali di calcio; i bambini specialmente ci impressionano da quanto sono belli, simpatici e soprattutto intelligenti e poliglotti, ora capiamo perchè Angelina Jolie e Bred Pitt vengono spesso da queste parti a “comprare” qualche nuovo membro della loro famiglia.

si, sono ragni.. e qui la gente ne va ghiotta

amici cambogiani

Trascorriamo 3 caldissimi giorni pedalando fra i templi insieme ai nostri nuovi compagni di viaggio, le rovine sono davvero impressionanti, spesso sembra di trovarsi sul set di Indiana Jones, soprattutto in quei templi dispersi nella giungla e non ancora liberati del tutto.
Infatti il sito di Angkor, un tempo una delle più grandi e maestose città del mondo (si dice che avesse 1 milione di abitanti al tempo in cui Londra ne aveva 50000), venne improvvisamente abbandonato dal potente impero Khmer senza un apparente motivo, forse per l’ esaurimento delle risorse, così immensi templi, città, sofisticati impianti di irrigazione e tutta la splendida arte Khmer che abbellisce ogni costruzione vennero lentamente inghiottiti dall’ implacabile giungla tropicale nel corso dei secoli.
Il risultato è un perfetto mix natural-architettonico dove il terreno un tempo rubato alla natura dagli uomini è stato ripreso dalla natura stessa e successivamente liberato ancora dagli uomini, quello che appare ora sono templi diroccati letteralmente fusi insieme ad alberi e radici, dove regna un misticismo che non assaporavamo dai tempi delle rovine Maya; questa volta la Katia non azzarda nessuna teoria ufologica, ma sono sicuro che in cuor suo sa che gli extraterrestri sono in qualche modo coinvolti anche in questa faccenda archeologica.

Angkor Wat all' alba, si schiattava già di caldo alle 5..

Angkor Thom

architettura naturale

volti dal passato

inghiottiti dalla Natura

Finito il nostro tour ciclistico ad Angkor ci fermiamo ancora qualche giorno in città a riprenderci prima di rimetterci in marcia, questa volta soli visto che i Baschi prenderanno altre strade, e qui entra in gioco la nostra celebre stupidità e disorganizzazione: il piano è di andare a Battambang dove c’è un bel mercato galleggiante e noi ovviamente non compriamo i biglietti perchè certi che tutti i bus aspetteranno sicuramente i due simpatici italiani che amano dormire fino a tardi..
Belli freschi andiamo a cercare un bus alle 11 e veniamo accolti con un “no bus tudei battambang, tumollow eit molning”, noi ci guardiamo come al solito perplessi, completamente sudati per via degli zaini e dei 40 gradi e decidiamo che un giorno in più a Siam Reap è troppo, e, visto che dobbiamo andare nella capitale per organizzare il nostro visto per il Laos, ci accordiamo per un “ma si, saltiamo Battambang, andiamo a Phnom Penh facciamo il visto e ce ne andiamo via subito che non ho voglia di grandi città”.
Ok si va nella capitale, viaggio abbastanza lungo e scomodo con arrivo in città sotto uno delle più grandi alluvioni della storia, con mezzo metro di acqua su tutte le strade, ma a noi “checcefrega” domani facciamo il visto e dopodomani si va sul Mekong, ma poi improvvisamente:
“katia ma che giorno è oggi?”
“venerdi perchè?”
“quindi domani è sabato?”
“si…”
silenzio e sguardi con occhi sgranati di chi sta iniziando a rendersi conto di quanto è pirla..
insieme: “noooooo”
Come avrete già intuito alla fine dovremo stare a Phnom Penh quasi una settimana visto che il week end non si lavora e i laotiani impiegano da lunedi mattina a martedi sera per metterci un adesivo sul passaporto.
Vabbè il tempo non ci manca e approfittiamo per fare un po’ di vita di città la quale non è nemmeno così male come pensavo, anzi è incredibilmente moderna per gli standard cambogiani e qui, più che ogni altro posto in Cambogia, si possono vedere fastidiosissime disparità sociali tipo la Porche che supera un carretto di qualche poveraccio menomato dalla guerra.
Approfittiamo della sosta forzata per goderci gli agi della città: internet gratis, pellegrinaggi in tutte le librerie in cerca dei rarissimi libri in italiano, colazioni a base di croassant quasi veri (grazie francesi per averli importati), e cene indiane. Proprio in una di queste cene ci siamo convinti su una delle nostre prossime destinazioni..
I nostri impegni culturali in città si sono risolti con la visita al terrificante museo del genocidio, la famigerata prigione S-21.
Quella che un tempo era un’ anonima scuola, durante il regime di Pol Pot venne trasformata in uno luogo dove la malvagità umana ha raggiunto i suoi apici: tutto è stato lasciato come quando la città è stata liberata e al suo interno sono stati trovati solo 7 superstiti; camere di tortura, piccolissimi loculi dove venivano detenuti i prigionieri, regolamenti severissimi appesi negli spazi comuni e filo spinato in ogni angolo.
Di diverso rispetto al passato ci sono solo quelli che vengono chiamati i fantasmi della S-21, ovvero centinaia, forse migliaia di foto in bianco e nero appese a tutte le pareti dei volti delle vittime, spettri del passato che sembrano ancora aleggiare in quei lugubri spazi e sembrano fissarti severi tutti insieme, una sensazione bruttissima che ci stringe lo stomaco e che ci ha lasciati un grande senso di tristezza, soprattutto dopo aver iniziato a conoscere questo allegrissimo popolo che ha pochissimo, ma ha un sorriso e una battuta sempre pronti da regalare a chiunque.

le regole del campo

stanza di tortura, il fiore si è appoggiato li casualmente

fantasmi

Noi nel frattempo abbiamo ottenuto il nostro visto (40 dollari a testa, maledetti!!) e siamo pronti a tornare on the road per raggiungere la sonnolenta cittadina di Kratie appisolata sulle sponde del fiume Mekong che, come è stata la Panamericana in Sud America, ci terrà compagnia per parecchi chilometri con le sue placide acque caffelatte.

Lale

p.s.
vi lascio con una chicca: le sigarette in Cambogia non fanno male, i pacchetti non riportano nessuna avvertenza per la salute e quindi anche le pubblicità di sigarette vanno alla grande. di seguito il miglior cartellone pubblicitario di Phnom Penh… occupava un palazzo!! da questo dovrei capire che per arrivare in cima alla montagna mi devo fumare un paio di pacchetti di siga..

17 giu 2010

SCIMMIE MALVAGIE E BUDDAH DORATI

Author: lale | Filed under: lale, thailandia

scimmia pensante

Sembra ieri, ma oramai è quasi un mese che siamo in Thailandia, le sensazioni finora sono state parecchie e l’ umore alterno. Il problema fondamentale è stato mettere ordine in quel caos mentale che ci ha provocato lo stare 6 mesi in sud America, innamorarci di quei posti, teletrasportarci in occidente per un mese in Nuova Zelanda, per poi finire in una terra di cui conosciamo poco e dove non capiamo nessuno, insomma, un casino.
Ora stiamo pian piano ricominciando ad assaporare le gioie del viaggio lento via terra e sta rinascendo in noi il sacro fuoco della scoperta, ma non è stato facile e la Thailandia non ci ha certo aiutato, ci sono voluti sbagli di itenerario, sviste, sudate tropicali, litigate, ma anche relax al mare, viaggi in motorino, vari budda e scimmie, un po’ ti tutto.
Eravamo rimasti a Krabi amena cittadina rivierasca ma senza spiaggia (mah…) sulla costa del mar delle Andamane, posto tranquillo e non troppo turistico, soprattutto senza i milioni di mignotte incontrate a Pattaya; facciamo base un paio di giorni in cui iniziamo ad assaporare usi e costumi thai in attesa di prendere il traghetto per la famigerata Ko Phi Phi, l’ isola resa celebre dal film “the beach” prima e dallo tsunami poi.
Faccio un minuto di polemica: IO L’ AVEVO DETTO CHE ERA UN POSTO DI MERDA!!!
Ma la Katia nisba, lei ci voleva andare a ogni costo, mi faceva una testa tanta da un mese, così sbarchiamo in un assolato pomeriggio nella celebre isola carichi di speranze e soprattutto scarichi di metà di quello che ci portavamo nello zaino, si perchè a Krabi abbiamo fatto il grande passo e rispedito a casa uno scatolone di 14 kili contenenti tutto il materiale invernale che ci portavamo appresso (questo ci creerà problemi, ricordatevi di queste mie profetiche parole..)
Ma torniamo all’ isola dei famosi, Ko Phi Phi è davvero bella scenograficamente, non lo si può negare, baie di sabbia bianca e mare turchese incorniciate dalle famose rocce ricoperte di giungla a picco sul mare, insomma una cartolina.
Ora prendete la cartolina, in mezzo all’ isola disegnate un paese sfruttando ogni centimetro quadrato, il paese riempitelo di pub inglesi, ristoranti lounge, centri massaggio, minimarket e guest house, e poi popolatelo con orde di inglesi che scorrazzano per le stradine bevendo red bull e schiacciandosi lattine di birra vuote in fronte, altrettanti thailandesi avidissimi che ti stressano la vita ogni secondo cercando di venderti: tour, passaggi in barca, immersioni, camere, cibo e massaggi, il tutto con l’ immancabile rumore delle centinaia di barche che scorrazzano attorno all’ isola dall’ alba al tramonto. insomma, mi sta venendo ancora l’ ansia solo a scriverlo!

foto ingannevoli

foto ingannevoli

Fortunatamente la Katia rinsavisce e mi dice anche una frase che amo sentire “LALE AVEVI RAGIONE” e per me è già una soddisfazione e quindi non infierisco su di lei; un paio di notti e ritorniamo mestamente sulla costa e siamo al punto di partenza, che fare?
Seguendo l’ ispirazione non facciamo assolutamente nulla, ci troviamo una camera eccezionalmente economica e ci sistemiamo a Krabi come se dovessimo passare li il resto della nostra esistenza. Non che ci sia molto da fare, ma il posto è piacevole e poi facciamo conoscenza con il nuovo mezzo di trasporto che credo sfrutteremo parecchio in Asia: il motorello.
Il motorello in questione, un’ Honda Click 100cc, ci scorrazzerà nei dintorni per i seguenti spensierati giorni per la gioia del culo della Katia martoriato dalle buche.

il mitico honda click

il mitico honda click

Di giorno svariate gite lungo la costa per vedere i famosi scorci paesaggistici del mar delle Andamane e poi vicino a Krabi facciamo il nostro primo incontro con un tempio buddista e, wow, il posto è davvero bello, regna una pace che se fossi religioso direi mistica; per loro è tutto normale, ma per me è davvero nuovo vedere tutti queste crape pelate vestite di arancione che gironzolano fra templi dorati budda d’ oro, delle specie di punte d’ oro, statue di personaggi non identificati d’ oro (si insomma ai buddisti piace l’ oro, se non vero almeno il colore) e poi scimmiette da tutte le parti. I simpaticoni che hanno costruito il tempio hanno pensato bene anche di costruire un pezzo di tempio in cima ad un cucuzzolo, così ci smalloppiamo i 1237 gradini della scalinata ammazza polmoni fino in cima alla montagna per vedere un buddone (grande budda) e goderci un’ incredibile vista e un’ incredibile pace.

un buddone

un buddone

chi è più mistico?

chi è più mistico?

Alla sera la cosa più eccitante di Krabi é la festa del paese, molto simile alle nostre feste dell’ unità con la piccola differenza che sul palco in piazza non c’è l’ orchestra di liscio, bensì una televisione karaoke e l’ improbabile cantante di turno sempre stonato; il pubblico impazzisce mentre mangia e beve enormi quantità di cibo e birra chang e devo dire che anche per me non è niente male visto in chiave trash.
Alla fine non ci siamo trasferiti a Krabi, la festa dell’ unità era finita e il monsone iniziava a rompere le palle seriamente ai miei piani motociclistici, così leviamo le tende e ci trasferiamo sulla sponda opposta sul golfo della Thailandia, ci riproviamo con un’ isola, questa volta Ko Tao, la più piccola e tranquilla delle tre isole da quelle parti.
Il viaggio è particolare visto che la nostra taccagneria ci costringerà a prendere il lentissimo battello-dormitorio notturno, bellissimo e sgangheratissimo, tutto di legno con un ponte ricoperto di materassi dove dormiremo tutti insieme appassionatamente, la Katia prova a sollevare qualche questione con il suo fantomatico mal di mare psicosomatico, ma la obbligo a cacciare giù qualche pastiglia e si addormenta in 30 secondi.

risveglio in barca

risveglio in barca

La settimana seguente sarà molto importante per il proseguimento della nostra avventura asiatica: da una parte ci godiamo l’ isola che è davvero carina, anche qui ci dotiamo di motorello per muoverci fra uno spaparanzamento in spiaggia e l’ altro, ci riposiamo parecchio, ci abbronziamo ai limiti della scottatura e ci ingozziamo del mio nuovo piatto preferito il pad thai (spaghetti con verdure, uovo e pesce o pollo), l’ isola è particolarmente bella e a misura d’ uomo e un paradiso di pace rispetto a ko phi phi, il mare è cristallino e ricco di coralli a tal punto che non c’è nemmeno bisogno di immergersi per vederli, basta camminare nell’ acqua con la bassa marea per vederne di ogni tipo e grazie alla moto ci godiamo tutte le spiagge dell’ isola alla ricerca del venticello rinfrescante, insomma, facciamo i fancazzisti come al solito.

zucche viola nell' acqua

zucche viola nell' acqua

Dall’ altro lato tutto questo tempo per pensare e questo essere “fermi” porta delle nubi sulla nostra serenità e ci rende inquieti, soprattutto a me, quasi che sento che qualcosa si è inceppato nel meccanismo che fino a questo punto del viaggio ha sempre funzionato.
Ma il sole e il mare alla fine ci aiutano a farci tornare voglia di esplorare, si ricomincia a fare piani sul nostro futuro, quello immediato e quello un po’ più in la; ricominciamo a parlare del nostro itinerario, più che altro iniziamo a farne uno visto che finora mancava, e, per la prima volta, fa la sua comparsa timida la parola Himalaya e qui vi rammento le mie profetiche parole riguardanti il nostro zaino…
Comunque sia la nostra “vacanza” sull’ isola finisce e ci rimettiamo in viaggio sulla terra ferma, torniamo a Bangkok (e ridajee) tutto è passato, basta scontri-carrarmati-coprifuoco, la città è li tranquilla come se nulla fosse mai successo, oddio tranquilla è un sinonimo che male si adatta a Bangkok.
Come tutte le grandi città poste a queste latitudini (eccetto Singapore) Bangkok è un inferno, ma come l’ inferno ha un suo fascino perverso. Da una parte i soliti grattacieli e i mega centri commerciali, giovani moderni attaccati al telefonino, dall’ altro viette sgarruppate con case fatiscenti, carretti trasformati in ristoranti volanti e poveri cristi che fanno i lavori più assurdi nel caldo più letale, il tutto condito da un traffico e da un inquinamento invivibili.
Detta così sembra un postaccio, ma alla fine non è affatto male; certo bisogna armarsi di una pazienza da santi, ci è capitato di stare quasi un’ ora sul bus fermi nello stesso punto imbottigliati con un caldo allucinogeno, la litigata con il guidatore di tuk tuk che ti vuole truffare è all’ ordine del giorno, bene o male chiunque ti vuole truffare e lo fanno anche con quel sorrisino falso buddista, ma l’ atmosfera è piuttosto unica.
Si passa dal casino dei mercati alla pace mistica dei templi, dalla decadenza di Khao San il quartiere “ghetto” dei viaggiatori zaino in spalla, ai sofisticati centri commerciali brulicanti di nuove generazioni di thai col ciuffo in avanti.
Noi ce li godiamo tutti cercando di rispettare tutte le regole di studio aperto: bere almeno 2 litri di acqua al giorno, non uscire nelle ore più calde e mangiare tanta frutta.
Ci fermiamo un po’ di giorni a ciondolare per la città, a me piace soprattutto passeggiare nei templi buddisti dove tutto si ferma e ci si dimentica di essere in una metropoli, in uno di questi ad un certo punto siamo sicuri di vedere un UFO in cielo sopra il tempio, la Katia come suo solito esclama “è un segno!!!” e aggiunge “dobbiamo diventare buddisti” io la mando a cagare seduta stante.
Per il resto sfruttiamo il nostro potere di acquisto ritornato buono per fare qualche compera visto che a Bangkok puoi comprare ogni cosa si possa immaginare a prezzi stracciati, e quando dico tutto intendo tutto, dalla tecnologia avanzata ai falsi cinesi, da ogni tipo di maglietta a abiti su misura con taglio Armani e Hugo Boss, dalle armi ninja a qualsiasi tipo di documento, patente, diploma perfettamente falsificati, cibo ad ogni ora e ogni 10 metri mediamente, bevande energetiche con dentro ogni ritrovato chimico possibile e immaginabile e di cui i thai vanno pazzi, e un po’ li capisco, vivere con quel clima c’è bisogno di tirarsi su in qualche modo.
Nei nostri ciondolamenti per la città negli ultimi giorni si unisce Ken un canadese che è decisamente in lizza per vincere il premio del più strambo personaggio incontrato in viaggio, la Katia ha una particolare calamita per attrarre questi personaggi, ma il tipo è piacevole e con lui passiamo tra le altre cose una bellissima serata alcolica a bere Chang e a sudare in cui ci fa morir dal ridere con i racconti di tutti i suoi tragicomici incidenti in giro per il mondo.

dietro questa nuvola si nasconderebbe un disco volante

dietro questa nuvola si nasconderebbe un disco volante

scene comuni da un finestrino del bus a bangkok

scene comuni da un finestrino del bus a bangkok

i ristoranti di lusso che frequentiamo abitualmente

i ristoranti di lusso che frequentiamo abitualmente

serve una laurea a oxford?

serve una laurea a oxford?

Ora siamo di nuovo in viaggio, abbiamo salutato Bangkok e il suo caldo micidiale, ci sta per scadere il permesso per stare in Thailandia e quindi per il momento non vedremo il nord del paese nel quale ritorneremo più tardi, finalmente siamo usciti dal circuito più turistico del paese e le cose sono cambiate, i thailandesi sanno anche essere simpatici e genuini, certo sono un po’ bizzarri e completamente invasati per buddha e il loro re, i quali compaiono veramente ad ogni angolo delle strade; il ciccione dorato almeno ha una faccia simpatica, ma il sovrano è davvero brutto e con una faccia da stupido (se mi sentissero credo finirei in uno dei famosi carceri thailandesi).

che bell' uomo...

che bell' uomo...

Il nostro percorso ora prevede una decisa curva a destra in direzione Cambogia e sulla strada facciamo alcune tappe in posti di provincia dove si respira una vita più normale e i locali preferiscono dedicarsi alla loro tranquilla esistenza piuttosto che stressarci continuamente; da queste parti non mancano certo le stramberie, quelle cose veramente lontane anni luce dal nostro occidente e che ti fanno sentire di essere dall’ altra parte del mondo, uno di questi posti bizzarri è una cittadina di nome Lopburi.
A parte che a stare fuori da Bangkok si ricomincia a respirare, a parte che come dicevo qua nessuno parla inglese e nessuno ti caga, il posto è piacevolmente tranquillo e la gente sonnecchia o al massimo fa aerobica di massa al parco, ma la particolarità sono i veri padroni della città: le scimmie.

aerobica di gruppo

aerobica di gruppo

Non si sa quando, tanto tempo fa nel centro urbano, proprio dove si ergono delle rovine di un antico tempio hanno fatto la loro comparsa delle scimmie, i thai che in quanto buddisti sono superstiziosissimi (più della Katia) l’ hanno preso per un segno, quindi detto fatto le scimmie sono sacre e non si toccano.
Non l’ avessero mai fatto… questa non era una famigliola di amabili ed innoque bertucce, ma una vera e propria gang di scimmie teppiste che hanno proliferato (le ho viste coi miei occhi fare orge e trenini di vario genere) con il risultato che ora la città è in balia della banda che arrogantissima fa letteralmente il cazzo che vuole.
Fa un effetto assurdo vedere scimmie dappertutto in un centro abitato, che attraversano la strada, si arrampicano sui palazzi, cercano di rubare qualsiasi cosa commestibile e non.

scimmie perditempo per la strada

scimmie perditempo per la strada

reti ovunque per tenere fuori le scimmie

reti ovunque per tenere fuori le scimmie

l’ altra sera ci siamo addormentati con due scimmie appollaiate alla finestra della nostra camera che vegliavano il nostro sonno, stamattina al risveglio c’ era una famiglia intera ad aspettarci sul balcone, ci guardano facendo delle facce da pirla allucinate e una di loro si mette a pisciare proprio di fronte a noi e in quel momento capisco che sono intelligenti, arroganti e cattive, un mix micidiale che presto, dopo Lopburi, le porterà a conquistare tutto il mondo.
Noi nel frattempo cerchiamo di goderci la parte di mondo non ancora assoggettata al potere scimmiesco, ci avviciniamo sempre di più alla Cambogia e lentamente si sta insinuando nel paesaggio e nella gente la cultura Khmer tutto inizia di nuovo a cambiare e, senza accorgermene, il meccanismo ha iniziato di nuovo a girare e io mi sento ancora perso nel mondo pronto a farmi meravigliare una volta di più.

Lale

28 mag 2010

SANDROKAN E LA PERLA DI LABUAN

Author: lakatia | Filed under: lakatia, malaysia, singapore, thailandia

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Scusatemi, non ho scritto molto negli ultimi mesi, un po’ perchè soffro di pigrizia cronica, un po’ perchè eravamo in posti talmente belli che meritavano un’accurata descrizione in vero stile ” National Geographic ” e chi meglio dell’Ale sa farlo? Ma non preoccupatevi, ho avuto la giusta punizione per questo…non ho salvato i dati e tutto quello che avevo scritto è andato perso!! Quindi rimboccatami le maniche per la seconda volta eccomi di nuovo qui a raccontarvi le nostre scorribande. Come gia’ sapete a me piace tanto il racconto in stile demenziale, quindi dovete capire che non ero abbastanza ispirata nei mesi passati….ma ora ragazziiii, se dovessi scrivere tutte le cazzate che ho in mente, finireste di leggere il mio post tra circa una settimana!!
Ma andiamo con ordine…
Con molta eccitazione ci ritroviamo su di un aereo diretti verso un continente a noi sconosciuto, ovvero l’Asia. Prima tappa Singapore, patria del caldo umido, di quello che ti si appiccica addosso senza darti tregua.
Arrivati a Singapore capiamo subito che i singaporesi non scherzano in fatto di organizzazione, difatti in solo dieci minuti ci ritroviamo con un bollino in piu’ sul passaporto e con i bagagli in mano! Incredibile ma vero! Guardandomi intorno mi rendo conto che sono circondata da una miriade di orchidee, giganti, bellissime ed inizio ad urlare: ” maroooo’ Lale, guarda quel dendrobium, il gambo è lungo quanto il mio braccio…e guarda che coloreeee, cosi’ non l’avevo mai visto prima!!” Potete immaginare la risposta, neanche tanto educata!

la principessa delle orchidee

la principessa delle orchidee

Ma solo dopo prestiamo attenzione a tutta la gente che ci circonda e in un attimo prendiamo coscienza che la maggior parte parla un linguaggio a noi incomprensibile…simile al linguaggio dei klingon!
La prima cosa che mi viene in mente è pormi a loro dicendo: ” veniamo in pace” e perchè no, gia’ che ci siamo vestiti da capitano Kirk e dr Spock….alla ricerca di nuove civilta’ evolute!!
Accusato il colpo ci dirigiamo un po’ disorientati all’uscita e non appena si aprono le porte ecco che saggiamo per la prima volta ” il vero caldo equatoriale ” e credetemi, l’aria di un phon puntato in faccia è sicuramente piu’ fresca.
Andiamo alla ricerca della guest house e come volevasi dimostrare, nonostante avessimo tutte le indicazioni necessarie per trovarla…ci perdiamo e credetemi perdersi a Singapore con gli zaini in spalla è una tragedia! La temperatura corporea percepita puo’ tranquillamente superare i 40 gradi, per non parlare poi dell’umidita’…per un momento ho pensato di morire.
Trovata la guesthouse corriamo alla scoperta di questo popolo, ed essendo la nostra prima volta in Asia, ci sentiamo eccitati e spiazzati allo stesso tempo. Passiamo inizialmente il nostro tempo a passeggiare per strada osservando… e notiamo che i giovinastri qui , con i loro ciuffi spiaccicati, sono tutti tendenzialmente ” emo ” e sembrano uscire tutti da un video dei Tokyo Hotel o da un fumetto manga.
Dopodichè spendiamo il resto delle nostre ore barricati nei centri commerciali, proprio come gli anziani, ad una temperatura che si aggira attorno ai 20 gradi sotto zero!! Ci sembrava addirittura di sentire i consigli di studio aperto! La popolazione è formata da un miscuglio di razze e finalmente capiamo come abbia fatto Steve Jobs a sfondare con il mercato degli iphone…qui tutti ne hanno uno e non smettono mai di usarlo…si guardano addirittura i film nei loro tempi d’attesa!! Una volta ci è stato impossibile chiedere informazioni alla gente che passava, poichè tutti erano impegnati in conversazioni telefoniche ( e gli unici al quale è stato possibile chiedere, ovviamente non parlavano inglese!). Facciamo amicizia con una ragazza svizzera tedesca e insieme decidiamo di scappare momentaneamente dalla citta’, nell’attesa di prendere il nostro prossimo volo per Bangkok ( prenotato mesi e mesi prima! Azz!). Quindi dopo mesi di Ande, di vento patagonico e di pecore neo zelandesi, cosa c’è di meglio di un bel bagno al mare? La candidata per i nostri giochi acquatici e per le nostre chiappe al vento sembra essere un’isoletta della Malesia chiamata Palau Tioman, che non è lontanissima e sembra anche bella.
Arrivati alla citta’ piu’ vicina all’imbarco per Tioman, ci rechiamo a comprare i biglietti per il traghetto e con nostra sorpresa scopriamo che abbiamo scelto il periodo meno adatto per visitarla, difatti ci viene detto che l’isola è al completo. Con tanto di mandibola spalancata e occhi a boccetta esclamiamo ” come al completo???” Gia’ dovete sapere che a Tioman in quei giorni, oltre al flusso di gente proveniente da Singapore per il weekend, oltre alle gare sportive a livello agonistico di adolescenti ed al solito turismo di routine, c’era pure il loro re!
Porca miseria, ci mancavano solo quelli ” dell’isola dei famosi ” ed eravamo a posto!
L’avvoltoio dell’agenzia ci propone un alloggio nella parte meno popolata e noi mestamente accettiamo e ci imbarchiamo. Durante il tragitto, circondati da una truppa formata da scolaresche malesi, ci godiamo un film tipico malese, dove gli attori oltre ad urlare come dei pazzi e darsi botte da orbi, entrano in scena sempre volteggiando per aria. Altro che Chuck Norris, loro si che sanno dare dei veri calci volanti! Poi sara’ per tutto il rumore che abbiamo attorno, sara’ per via della lingua che non capiamo ma l’unica cosa che riusciamo a sentire è il rumore di tutti gli schiaffoni che si danno e quanti poi! Ma ecco che alla mia mente tornano vecchi ricordi lontani, di quando ero bambina e ascoltavo ininterrottamente la canzone di sandokan, ” la tigre della Malesia “. Pensate che ero talmente ossessionata da lui che, durante un carnevale, ho visto uno che vestiva i suoi panni ed mi ricordo che ero talmente emozionata che mi mancava il fiato! Ancora adesso ho dei forti dubbi…era forse lui?
Arrivati all’isola sono all’oscuro del fatto che dovro’ nuovamente affrontare la mia celebre fobia…il mare aperto. Difatti, una piccola barchetta si fara’ carico di portarci un po’ piu’ a sud, tra lampi e saette che si scorgono in lontananza, dove si trova il nostro bungalow…io all’inizio mi rifiuto categoricamente….alla fine accetto rassegnata. Per tutto il viaggio rimarro’ con la testa tra le ginocchia e l’Ale oviamente ne approfitterà per prendermi per il culo!
Passeremo una settimana su di quest’isola, bella ed ancora a misura d’uomo, cicondati da mare turchese, jungla, scimmie, varani e altre bestie strane non identificate. Faremo conoscenza di una simpatica ” prof ” alternativa di nome Daniela e con lei passeremo piacevoli happy hour sulla spiaggia a goderci il tramonto.

lost in paradise

lost in paradise

attenzione!! attraversamento varani

attenzione!! attraversamento varani

Ma il nostro volo aereo da Singapore ci ricorda che abbiamo una scadenza quindi con un po’ di nostalgia lasciamo l’isoletta.
Ma ecco l’imprevisto…sapevamo che a Bangkok non tirava una bella aria, ma mentre il povero Ale è nelle mani di un medico che cerca di curargli un’otite fortissima, io me ne sto mollemente spaparanzata su di una poltrona leggendomi un quotidiano in lingua inglese e apprendo che la situazione è degenerata!
Il punto è ” che fare? “. Decidiamo di recarci ugualmente nella capitale con la promessa di spostarci subito dopo in una zona piu’ tranquilla e porca miseria, avessimo mai ascoltato l’ufficio del turismo, il quale prontamente ci consiglia una localita’ non troppo distante…Pattaya…piu’ che una citta’ sembra un bordello a cielo aperto! Visti i prezzi, altissimi per le nostre tasche, e visto che attorno a noi vediamo solo vecchi panzoni con adolescenti al loro cospetto decidiamo di recarci immediatamente alla stazione dei bus di Bangkok….prossima tappa , le isole del sud!!
Nell’attesa ci rifocilliamo con bibite fresche e cibo thailandese.
Breve nota culinaria: Il cibo thai è molto buono e ricco di verdure, pesce, carnee spezie e diciamo anche che tende di norma al piccante, quindi se un thai prima di servirvi la vostra pietanza vi chiede: ” Piccante? ”
ponetevi un dubbio…io non l’ho fatto e ne ho pagato le conseguenze. A tale domanda ho risposto il corrispondente di : ” Ma si va la’, perchè no?” . E dopo le prime forchettate l’Ale mi chiede: ” Allora, com’è? Picchia?” Ecco che all’improvviso inizia il mio viaggio psichedelico… il rumore attorno a me si smorza, i colori diventano di un vivace sgargiante e prendo contatto con il mio io piu’ profondo…il tutto avvolto dalla mitica ” In a gadda da vida ” degli Iron Butterfly, padri della musica psichedelica.
questi:

Tornata bruscamente alla realta’ con gola in fiamme e lacrime che scendono dagli occhi…e anche dal naso… alla domanda rimasta insoluta rispondo…” igaaaa, se picchiaa! “. Per le due ore successive rimarro’ con le labbra come quelle della Morich!
Ora vi sto scrivendo da Krabi e mentre stiamo imprimendo le nostra ” sacra sindone ” sul lenzuolo stiamo meditando sul da frasi, quindi in caso non doveste piu’ avere nostre notizie è perchè ci siamo totalmente liquefatti.
Lakatia

11 mag 2010

ESSERE POVERI IN NUOVA ZELANDA

Author: lale | Filed under: lale, nuova zelanda

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Quando ero piccolo ricordo che la mia maestra per spiegare il significato di antipodi fece questo esempio: “immaginate di fare un buco sul suolo italiano e continuate a scavare e scavare fino ad attraversare tutto il globo, spuntati dall’ altra parte vi trovereste in Nuova Zelanda”.
Eh si, siamo arrivati nel luogo più lontano dall’ Italia che toccheremo in questo viaggio, alcuni di voi si chiederanno “ma non dovevate mica andare in Australia?” si, dovevamo, ma i piani cambiano, a volte anche all’ improvviso, abbiamo rimandato e rimandato la decisione e alla fine, come al solito, in un lungo pomeriggio all’ aeroporto di Santiago in attesa del volo per Sidney, ci siamo convinti che era meglio per tutti andare in Nuova Zelanda, e, come tutte le nostre decisioni prese all’ ultimo minuto, ci creerà i soliti problemi della “vacanza fai da te, no alpitour ahi ahi ahi…” questa volta particolarmente pesanti tipo 42 ore di viaggio in totale e attimi di puro thriller quando felici e contenti al check-in per il Sydney-Auckland non ci vogliono far partire perchè sprovvisti del volo di uscita dalla Nuova Zelanda, e così via con le corse sul filo del rasoio per trovare:
A) un computer collegato a internet
B) un volo economico qualsiasi di uscita (ovviamente sarà quello sbagliato)
C) una stampante perchè nel 2010 loro lo vogliono su carta.. mah..
ce la facciamo e finalmente, dopo tantissime ore e dopo un giorno misteriosamente scomparso in mezzo al Pacifico per uno strano gioco di fusi orari, eccoci in pieno centro a Auckland, buzzurrissimi, come si può essere buzzurri dopo sei mesi in America latina, sembriamo dei cafoni emigrati da qualche paese povero, tutti impolverati e sgarruppati, con l’ immancabile sacchetto rosa pieno di cibo e un pesante accento spagnolo a influenzare il nostro inglese oxfordiano.
Ammettiamo che siamo spaesati, e non poco, la Nuova Zelanda è probabilmente il posto meno latino del mondo insieme alla Scandinavia e alla Siberia e questo ci fa sentire ancora più buzzurri, qui a Auckland sembra di stare in un futuro dove gli umani sanno costruire grandi città e le sanno anche rendere pulite e vivibili, tutti sembrano usciti da una pubblicità di qualche dentifricio, inquinamento inesistente, tutto ordinato; ma le due cose più difficili da affrontare sono state essenzialmente due: il perenne sangue dal naso per lo sforzo nel tentativo di capire che tipo di inglese parlano i nuovi zelandesi (alcune teorie sostengono che addirittura non si capiscano fra di loro), il secondo e fondamentale nodo riguarda i prezzi: dopo mesi in cui il nostro status economico oscillava fra il benestante e il ricco, ci scopriamo per la prima volta poveri, molto poveri, di quella povertà che ti fa trovare davanti all’ usciere di un museo a chiedere il prezzo per la visita e, dopo aver sentito l’ incredibile cifra, guardarlo con gli occhi sconsolati da vitello come solo la Katia li sa fare e dirgli che no, sorry, è troppo caro per noi, e lui che in cambio ci lancia un inequivocabile sguardo che vuol dire soltanto una cosa “pezzenti”!!
Insomma i primi giorni sono stati un po’ duri da superare, ci facciamo forza a vicenda cercando di inserirci nelle pieghe non ancora a pagamento che anche una città come Auckland può offrire e, a parte tutto, bisogna proprio dire che pensando all’ Italia (per tornare agli antipodi) viene un po’ di invidia vedendo come funzionano le cose da queste parti, come può essere a misura d’ uomo una grande città e poi quanto Auckland sia bella, esteticamente, è bella in modo quasi sfacciato.

città futuristiche

città futuristiche

Ma la nostra missione non è qui nel sofisticato nord bensì nella più grande e più disabitata isola sud, abitata solamente da un numero infinito di pecore e da uomini che vestono sempre pantaloncini corti e stivali di gomma e da donne famose per la loro bruttezza; la meta è Roxburgh un paesino di qualche centinaio di anime nel profondo sud dove vivono e lavorano i nostri amici lettoni Janis e Laura conosciuti in Messico qualche mese fa.
Il tragitto è qualcosa tipo Milano-Napoli e, un po’ per l’ annoso problema della povertà, un po’ perchè sembra essere diffusa questa usanza qui agli antipodi, decidiamo di spostarci in autostop; all’ inizio siamo anche noi perplessi che possa funzionare ma in soli tre giorni copriamo la distanza conoscendo gente simpatica e cordiale (credo, visto che di alcuni avrò capito un 5% di quello che hanno detto) a volte così gentili e disponibili da far scattare il nostro allarme ancora settato su massima allerta dal sud America. Fra gli altri citerei Jim che ci ha fatto fare il giro turistico di una città facendoci da cicerone, John che ha allungato la strada che doveva fare per portarci un po’ più in là perchè tanto era in anticipo, Travis un ragazzo che dopo averci dato un passaggio ci ha ospitato a mangiare e poi a dormire a casa sua e poi il record mondiale di autostop, mentre iniziava a piovere, lasciati in aperta campagna faccio in tempo ad infilare solo una manica del k-way e si fermano madre e figlia preoccupate per la nostra salute.. tempo di attesa con il dito alzato: 45 secondi circa!!

la sfortunata katia... mai caricata

la sfortunata katia... mai caricata

Arriviamo a Roxburgh in un tardo pomeriggio piovoso, troviamo un costosissimo internet, chiamiamo Janis e in men che non si dica siamo davanti ad un camino a bere birre con i nostri amici; anche se sono passati molti mesi dal nostro ultimo incontro sembra che fra di noi ci sia sempre la stessa intesa, loro sono molto ospitali e mettono a nostra disposizione il cottage in mezzo ai frutteti, la loro auto, la loro canna da pesca e tutta la frutta che vogliamo visto che la vendono per lavoro.
Nei successivi 10 giorni ci lasciamo andare ad una vita semplice di campagna, qui si fa tutto i casa in modo naturale: la birra, il sidro, il pane, le marmellate e noi ci adeguiamo a fare lo stesso, oltre a cucinare tutti i piatti della tradizione culinaria italiana e lettone, tant’ è che i kili persi durante il viaggio li rimettiamo su molto in fretta.
Durante il giorno, mentre loro sono al lavoro, approfittiamo della Subaru Legacy d’ annata di Janis per visitare questa terra: i paesaggi della Nuova Zelanda sono davvero belli come si sente dire in giro, spesso a colpirci però non è la natura esotica in sè, visto che essendo in clima temperato potrebbe anche ricordare l’ Italia, quello che fa la differenza è la mancanza di persone: sulla strada principale si incontrano solo dei micro paesini ogni 50 km, mentre quando sfruttiamo il 4×4 e andiamo su strade sterrate spariscono anche quelli lasciando spazio a paesaggi infiniti, laghi, pascoli e boschi e soprattutto pecore, pecore e ancora pecore, sembra un invasione!

il nostro cottage

il nostro cottage

neozelandesi

neozelandesi

taglio capelli in giardino

taglio capelli in giardino

Grazie a Janis, esperto pescatore del mar Baltico, vengo introdotto ad uno sport che sembra fatto su misura per me: la pesca. Zero fatica e contatto diretto con la natura. La mia nuova fissa diventa quella di catturare un salmone e mangiarmelo crudo, ma i laghi e i fiumi di questa zona non me lo concedono, io lancio e rilancio la mia lenza ma i bastardi salmoni non ne vogliono sapere, forse dovrei ascoltare Janis che mi suggerisce di venire all’ alba sotto la pioggia, ma cazzo, non doveva mica essere uno sport rilassante?
Mi accontento di stare in mezzo alla natura fra laghi cristallini e foreste dai mille colori, a proposito, qui l’ autunno funziona ancora, esistono le mezze stagioni!! durante la nostra permanenza ci siamo goduti mille sfumature dal giallo al rosso degli alberi, cosa che non vedevo da parecchio in Italia. Tornando alla pesca, durante le nostre battute fra i laghi dei dintorni porteremo a casa solo dei gamberoni d’ acqua dolce molto buoni, mentre per le mie soddisfazioni da pescatore dovrò aspettare il mare.

autunno

autunno

alla ricerca del signore degli anelli

alla ricerca del signore degli anelli

Prima di lasciare Roxburgh io e la Katia ci facciamo un viaggio da soli in auto per esplorare il profondo sud dell’ isola e qui, costeggiando l’ oceano, ammiriamo dei paesaggi davvero unici e imponenti: spiagge infinite completamente deserte interrotte da alte scogliere con tanto di faro, roba da cartolina, e poi all’ improvviso foreste pluviali (fredde!!) fittissime interrompono i pascoli e di colpo sembra di essere in Jurassic Park.
Viaggiare in Nuova Zelanda con un auto è di gran lunga il modo migliore e questi giorni ci hanno regalato momenti di grande senso di libertà, su tutti guidare sulla sabbia in una spiaggia deserta a pochi metri dall’ oceano, manco fossimo nella sigla di Lupin, e poi dormire nel retro della station wagon sotto le stelle, con la Katia che si muove con la leggiadria di un rinoceronte in una 500 e continua a perdere cose fra i sedili e io che mi addormento sentendola imprecare.

dramatic view

dramatic view

vagabondando

vagabondando

Janis e Laura nel frattempo finiscono il loro lavoro e, dovendo migrare a nord per un altro lavoro, ci prendono sulla loro auto assieme ai loro mille bagagli da semi-residenti per fare qualche giorno on the road verso Christchurch dove abbiamo l’ aereo.
Il tempo purtroppo non è dalla nostra e uno dei posti più belli dell’ isola il monte Cook è coperto e la pioggia non ci da tregua, poco male, giriamo l’ auto per Christchurch, la più grande città dell’ isola, dove trascorriamo un paio di giorni di nuovo in mezzo alla civiltà e poi ritorniamo in montagna ad Hanmer Spring per spararci le famosissime terme neo zelandesi.. niente male.
Ultima tappa prima dei saluti Kaikorua ridente cittadina sull’ oceano famosa per le aragoste e per le foche, ma da ora in avanti famosa anche per una leggenda vivente della pesca sportiva (io) la quale ha catturato il suo primo pesce su queste spiagge e, mentre tutti i principianti iniziano pescando un’ alborella, un cavedano, una scarpa, questo principe della lenza (io) cosa ti tira su come primo pesce?
UNO SQUALO!!!!! e scusate se è poco!!!
Anzi per essere precisi a fine serata ne avrò pescati 3, ok, non immaginatevi lo squalo di Spielberg lungo 8 metri, si trattava di squaletti di 40/50 centimetri, ma sentire abboccare l’ esca da esseri con quella forza che ti fanno sudare per portarli a riva è stata davvero un’ emozione.

il mio primo squalo

il mio primo squalo

Visto che avevo promesso di non andarmene dalla Nuova Zelanda senza aver pescato almeno un pesce, ora siamo liberi di andare, salutiamo Janis e Laura sicuri che questa non sarà l’ ultima volta, anzi sicuri che abbiamo due amici in più in giro per il mondo i quali saranno sicuramente un’ ottima scusa per un futuro viaggetto.
Il nostro bilancio finale della Nuova Zelanda è ovviamente “luci e ombre”, indubbiamente è un paese dai paesaggi incantevoli, dove c’è sempre qualcosa da fare o da vedere, i servizi sono ottimi, la gente cordiale, viaggiare è facile e rispetto all’ Europa è anche a buon mercato ma, ma…
Nei trascorsi 6 mesi ci siamo abituati ad un viaggio più di scoperta, non è solo la questione dei soldi, in sud America era davvero tangibile la differenza dei vari popoli incontrati, le usanze bizzarre, una natura davvero esotica per noi e non sempre addomesticata, e poi quella Latinità che ci ha investito in Messico e ci ha tenuto compagnia fino alla Patagonia rimanendoci dentro, ecco, quel senso di scoperta ci è mancato in Nuova Zelanda, sicuramente la colpa è anche nostra che siamo arrivati qui dopo tutto quel ben di dio, fossimo arrivati direttamente dall’ Italia sarebbe stato differente, ma a noi spesso sembrava come la Scozia, solo con più pecore.
Tornando a noi, dopo aver salutato gli amici, rimaniamo io e la Katia, soli, poveri e senza auto, quindi ritorniamo a mettere fuori il ditone per scroccare l’ ultimo passaggio per Christchurch, da li faremo 5 giorni di noia aeroportuale per colpa della nostra poca lungimiranza nel prendere i biglietti, si dormirà 3 volte in aeroporto e un paio in un ostello brutto e carissimo a Melbourne.
Al momento vi sto scrivendo da un caldissimo chalet in riva al mare su un isola malese, siamo tornati all’ equatore e per adesso devo dire che il freddo non ci manca, abbiamo da poco fatto il nostro ingresso in quello sconfinato continente chiamato Asia nel quale scorrazzeremo nei prossimi mesi, nel frattempo siamo tornati ad essere piuttosto ricchi quindi potremo permetterci anche di pagare internet ed aggiornare un po’ più spesso il blog… impegni permettendo…

Lale

11 apr 2010

LALELAKATIA E LA MONTAGNA INCANTATA

Author: lale | Filed under: argentina, lale

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Dopo aver fatto vedere i pinguini alla Katia ci rendiamo conto che più a sud di Ushuaia non possiamo andare e, visto che il freddo inizia ad essere davvero bastardo, invertiamo la marcia e iniziamo a risalire il cono sudamericano, prossima tappa El Chalten un piccolo paesino patagonico che avevamo saltato scendendo.
Decisamente non facciamo i salti di gioia all’ idea di risaltare su un bus, oltretutto non è uno dei soliti bus cama super comodi, la strada è tanta e noiosa e il mio turbo-raffreddore che mi sono preso nell’ alluvione alle torri del Paine non mi molla. Ci illudiamo di arrivare a destinazione in una botta sola, ma leggenda vuole che se mangi il calafate (una specie di mirtillo) tornerai di sicuro a El Calafate, noi l’ abbiamo mangiato e continuiamo a finire in questo paese, anche questa notte dobbiamo passarla qui in attesa del bus, per fortuna direi, visto che il mio malanno esplode nella notte con un 39 di febbre e rumori di ferraglia arrugginita che arrivano dai bronchi e non sarebbe stato bello se fosse successo in stazione o sul bus.
Ci svegliamo presto, mi copro in maniera vergognosa e facciamo le ultime 3 ore di viaggio per El Chalten.
Il paesino non è ancora una meta inflazionata come El Calafate, è molto più piccolo e rilassato, certe strade ancora sterrate, pochi negozi e spesso nessuno per strada.
A questo punto vi chiederete cosa ci facciamo in questo paesino in mezzo al nulla patagonico. Bene, il villaggio sorge ai piedi di alcune fra le montagne più belle e più mitiche del mondo: il Cerro Fitz Roy e soprattutto il Cerro Torre, l’ urlo di pietra, la montagna impossibile.
Affascinati dalle storie su questa montagna non potevamo non venire a vedere di persona questa torre di granito che per decenni ha ossessionato scalatori di mezzo mondo e così tante vite si è portata via.
L’ impresa non è del tutto scontata: io sono a letto in delirio da tachipirina, l’ estate sta finendo e le possibilità di avere un giorno di bel tempo diventano sempre meno, si dice che al Cerro Torre ci sono 300 giorni di brutto tempo l’ anno, quindi l’ unica cosa che possiamo fare è stare in attesa in un microscopico ostello ad ascoltare le storie di questi luoghi dal propietario dell’ albergo ex guida di montagna, e ad ascoltare il vento che qui non smette mai di ricordarci chi comanda in queste terre.
Ci vorranno 3 giorni e poi, l’ ultima mattina che ci eravamo dati come termine, ci svegliamo presto e ci affacciamo davanti al Fitz Roy completamente rosa per l’ alba e un cielo azzurro a fare da sfondo! Anche questa volta la Pachamama ha ascoltato le suppliche della Katia, o forse si era rotta le palle di sentirla.

il fitz roy all' alba dalla nostra finestra

il fitz roy all' alba dalla nostra finestra

Per me è dura anche infilarmi gli scarponi, ho ancora tutte le ossa a pezzi e fuori non c’è esattamente una temperatura piacevole, ma perdere questa occasione vorrebbe dire perdere ogni probabilità di vedere la montagna.
La prima mezz’ ora è davvero dura, ho le gambe pesantissime, tossisco continuamente e sono in un lago di sudore, poi, in cima ad una collina, succede il miracolo che mi conferma quanto il corpo è solo un’ appendice della mente: c’è un signore che ci ha superato nella prima parte del sentiero che se ne sta gigione in cima alla collinetta con un sorriso stampato e compiaciuto, io penso che mi sta prendendo per il culo perchè arranco ma, appena lo raggiungo, mostro anche a lui tutte le mie otturazioni nel mio classico “woooaaawww”, i brividi della febbre diventano pelle d’ oca e anche sulla mia faccia si stampa lo stesso sorriso, quello che ho davanti è questo:

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Il resto del sentiero diventa una passeggiata, il Cerro Torre è davanti a noi per tutta la camminata ad infondere energia, le gambe adesso vanno che è un piacere e la fatica non si sente. Attraversiamo boschi surreali di alberi grigi e contorti, attorno a noi solo silenzio e bellezza, fiumi azzurri e montagne incantate sullo sfondo.
Arriviamo alla Laguna Torre ai piedi del ghiacciaio, siamo solo in 4 e questo rende tutto ancora più magico, oltretutto appena arriviamo il vento cessa di colpo, quell’ immensa torre di pietra è lì davanti a noi senza nemmeno una nuvola che ne avvolga la cima, tutto sembra perfetto oltre ogni aspettativa, mi giro a guardare la Katia e mi domando se veramente ha qualche canale preferenziale di comunicazione con Madre Natura, se così fosse dovrei stare attento a come mi comporto che quella mi scatena contro qualche uragano…

iceberg di montagna

iceberg di montagna

Nelle ore successive scatteranno diverse sessioni di “delirio fotografico” intervallate da momenti di contemplazione e ok, anche da dei panini al formaggio. Non contenti di essere arrivati alla laguna, proviamo a spingerci ancora più su, fino a dove un comune mortale può arrivare prima di inoltrarsi in un delirio di burroni, crepacci, ghiacciai e slavine. Ci fermiamo al belvedere Maestri, il punto in cui Cesare Maestri stava ore ad osservare la montagna e a coltivare la sua personale ossessione, siamo soli e non smettiamo di subire il magnetismo del Torre, continuiamo a guardarlo rapiti cercando di capire le sensazioni provate da scalatori pazzi e utopisti che prima di noi sono stati su questi stessi sassi a studiare un modo per prendere la cima dell’ urlo di pietra.
La storia dell’ alpinismo sembra ormai aver chiarito che la mitica prima drammatica ascesa al Torre di Cesare Maestri è un falso e la sua figura è stata offuscata, guardando questa montagna però io non posso che avere simpatia per quest’ uomo pazzo e ossessionato che ha sfidato qualcosa di più grosso di lui e di qualsiasi scalatore dei suoi tempi e, semplicemente, ha perso, ma perdere contro questo prodigio della natura ci può anche stare, come dice la saggia Katia “la montagna non l’ ha voluto”.
Torniamo felici e contenti al paesino totalmente sazi di bellezza, la natura non smette di stupirci in questo viaggio, ci stiamo rendendo conto di quanti luoghi incredibili e differenti sono nascosti fra gli angoli di questo pianeta, stiamo sviluppando sempre di più una coscienza ecologista da “visto coi propri occhi” che è ben differente dal precedente ecologismo televisivo, ora quando sentiamo del ghiacciaio che si ritira o dell’ animale che si estingue oppure della foresta che viene distrutta, non è più solamente un’ immagine su uno schermo ad essere in pericolo, ad essere in pericolo ora è qualcosa che abbiamo visto e toccato con occhi e mani e sapere che potrebbe scomparire ci sembra una violenza diretta sui nostri ricordi. Spero davvero che ci sia un cambio di rotta nelle coscienze delle future generazioni, ma vedere ragazzotti che gettano le batterie usate nel bosco come mi è successo al parco del Paine in una natura pressochè perfetta non mi da tanta fiducia.
Polpettoni ecologisti a parte il giorno successivo non ci va così bene e il trekking per andare a vedere da vicino il Fitz Roy si concluderà in mezzo alle nuvole e al freddo senza riuscire a vedere una mazza, ma non ci lamentiamo e ci godiamo ancora un po’ i bellissimi boschi alle sue pendici.

il cerro fitz roy solo da lontano

il cerro fitz roy solo da lontano

anche con il brutto tempo i paesaggi sono mozzafiato

anche con il brutto tempo i paesaggi sono mozzafiato

i picchi esistono davvero e sono pure sclerotici

i picchi esistono davvero e sono pure sclerotici

il bosco incantato

il bosco incantato

Il nostro tempo in Patagonia è finito ci manca solo un piccolo dettaglio non da poco per lasciarla in gloria: la ruta 40.
Una delle più mitiche strade del mondo che attraversa tutta l’ Argentina dall’ alto in basso è ancora una via selvaggia e ostile, quasi tutta sterrata nella sua parte patagonica, una striscia quasi sempre dritta e in mezzo al nulla, ogni tanto intervallata da qualche lago glaciale o da qualche montagna innevata sullo sfondo e sempre, ma sempre, spazzata da un vento che ti confonde le idee… parecchio.
La prima ora è bellissima, la seconda ora è ancora bellissima, tralaltro appena ti stai per annoiare il bus si ferma e scendiamo a vedere un povero armadillo solitario che cammina per la ruta e probabilmente si chiede “cazzo hanno da rompere le palle questi?”, la terza ora è sempre bella ma insomma, il paesaggio è questo e non sembra cambiare, alla quarta se fosse un viaggio breve diresti “ok è stata una bella esperienza”, alla quinta ti rendi conto che sei solo all’ inizio e un’ inquietudine si diffonde fra gli ingenui passegeri del bus che avevano pensato di fare i brillanti facendo la ruta 40 e non un’ altra normale autostrada; fra la sesta e la decima sembra che abbiano messo degli schermi attacati ai finestrini del bus che passano la stesse 4 immagini in loop con sempre lo stessa steppa e gli stessi cespugli. Proprio mentre sto facendo il nodo al cappio per impiccarmi al portabagagli del bus e morire con dignità, l’ autista ci avvisa che siamo arrivati… a metà strada, ci si ferma, si dorme nel paese più inutile del mondo e domani si ricomincia.

road to nowhere

road to nowhere

ce ne ha da camminare...

ce ne ha da camminare...

Il giorno dopo si replica il film per chi non era sicuro di aver capito bene come sono fatti i cespugli della Patagonia. Altre 10 ore di sterrato in mezzo al nulla che cerco di far passare più velocemente dormendo più che posso e chiacchierando con dei simpatici italiani incontrati sul bus (fortunatamente non erano tutti israeliani come al solito).
Arriviamo a sera a El Bolson che tecnicamente è ancora Patagonia, ma di kilometri verso nord ne abbiamo fatti parecchi e scendere da bus in maglietta senza che ci sia quel maledetto vento che ci ha ossessionato per un mese e mezzo ci fa tirare un sospiro di sollievo e ci fa capire che stiamo rientrando in zona temperata; abbiamo scelto questo paesino da microclima mite e dalle origine hippie per concederci un meritato riposo dopo le tante fatiche.
La scelta si rivela perfetta e con un po’ del solito culo troviamo anche una sistemazione incantevole in una casetta nel bosco all’ interno di una fattoria (qui chiamate chackra) lontano da tutto e da tutti. Il posto è magico e rilassante come forse nessun altro luogo, attorno a noi solo alberi da frutta, more, mucche, galline, cani e gatti. Qui regna il silenzio e anche il clima è splendido, trascorriamo le giornate oziando senza quasi mai andare in paese, la katia fa le grandi pulizie di primavera e lava ogni singola cosa ci sia nello zaino, zaino compreso, quando non sta lavando qualcosa da da mangiare alle galline e ai pulcini (i quali verranno ogni mattina a bussare alla porta) oppure lancia mele ad una mucca gigante; io raccolgo more e mele, ozio, riposo e la notte dormo per 13 ore dalla pace che regna.
Trascorriamo una settimana davvero rigenerante che rischierà di essere rovinata da un personaggio psicopatico truffatore che proverà a infettare con la sua malvagità la pace della fattoria, ma la nostra diffidenza o probabilmente il nostro culo farà si che nulla di male ci succeda, anzi, avremo qualche storia da raccontare sugli strani personaggi che si possono incontrare a El Bolson.

vista dal nostro balcone

vista dal nostro balcone

la mucca che terrorizzava la katia

la mucca che terrorizzava la katia

la nostra casetta nel bosco

la nostra casetta nel bosco

Ormai siamo agli sgoccioli, il nostro tempo in sud America sta scadendo, gli iniziali 4 mesi preventivati sono diventati 6 e ora davvero non possiamo rimanere di più, anche se tutti e due vorremmo stare qui ancora mooolto tempo. Rimane solo un appuntamento al quale non possiamo mancare: dopo almeno una settimana di contrattazioni telefoniche sul luogo della reunion, finalmente ci accordiamo per ritrovarci a Mendoza per i saluti finali con colei che a singhiozzo ci ha accompagnato per quasi tutta l’ America latina, la Beronica di Brescia.
Sono solo un paio di giorni, ma non potevamo andare via dal continente senza salutare dal vivo una delle persone con cui ci siamo trovati meglio durante il viaggio, sia per me che per la Katia sembra di conoscerla da sempre, stesso feeling e stesso senso dell’ umorismo; trascorriamo 2 giorni a spettegolare su ogni persona possibile, a mangiare alfaiores, a fare foto sceme e a fare progetti surreali sul futuro. Alla fine purtroppo ci dobbiamo lasciare e lei dice che ci rivedremo fra un bel po’ in Italia, noi ne siamo tanto sicuri, ci aspettiamo di incrociarla di nuovo in qualche modo durante questo viaggio; quello che è certo è che di sicuro la rivedremo in futuro e di sicuro ci troveremo a nostro agio come se non ci vedessimo solo da un giorno.
Per noi invece è arrivato il momento dei saluti ad un continente che credo ci rimarrà impresso dentro, nonostante i sei mesi trascorsi in queste terre ci sembra di averne assaggiato solo l’ antipasto, ci sarebbero ancora innumerevoli cose da vedere, popoli da conoscere e bus da prendere, quasi ci sfiora l’ idea di abbandonare il nostro giro del mondo e di cercare il primo bus per il Brasile per risalire tutto il sud America dal lato opposto, la tentazione è forte, ma alla fine ci ripromettiamo di ritornare qui per finire il lavoro in un viaggio futuro, ora ci aspettano altre avventure in altre terre lontane, non siamo nemmeno a metà dell’ opera e i piani continuano a cambiare, l’ unica cosa che non cambia è il nostro fermo intento a verificare davvero l’ effettiva sfericità del pianeta.

Lale

1 apr 2010

GUARDAVO IL MONDO DA UN OBLO’

Author: lale | Filed under: argentina, cile, lakatia

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Lasciati l’Antonia ed il Mario rimarro’ sola a El Calafate per due giorni… Inizialmente penso: ” Che tristezza…sola… in questo paesino dove, una volta visto il perito moreno, non c’è una mazza da fare…che noia!” Pero’ subito dopo mi rendo conto della grande opportunita’ di godermi qualche giorno in completa solitudine, potro’ comprare tutto quello che voglio senza avere a fianco qualcuno che mi dice sempre di no ( dovete sapere che il buon Lale è paragonabile al temibile dinosauro T- rex perchè? In comune hanno le braccine cortissime ). E allora diamo inizio alla ricerca di qualsiasi cosa utile che io possa comprare, avro’ tutto il tempo che voglio per soffermarmi a guardare le etichette, anche per delle ore, senza che nessuno mi dica. ” Andiamoooooo? Dai tanto sono tutti uguali! “. E dopo potro’ scatenarmi a fare tutti i conti che voglio, bilanci di fine mese, contabilita’ folle che a me piace tanto!! Che bello, dopo sei mesi finalmente sola, e penso: ” Giuro che non parlero’ con nessuno fino al ritorno dell’Ale…..gia’…le ultime parole famose. Sta’ di fatto che finito tutto quello che volevo fare, l’unica cosa che mi rimane è continuare a girare per il minuscolo paesino senza meta e dopo un po’ diventa di una noia mortale! Quindi rassegnata me ne ritorno all’ostello ….gia’….e guarda caso all’entrata trovo questo ragazzo argentino che ha vissuto per otto anni in Italia….gia’….ed iniziamo a parlare. Alla fine risultera’ che io, come si suol dire dalle nostre parti, ” gli attacchero’ una pezza” come non avevo mai fatto prima…ma non contenta non mi bastera’ solo lui, la attacchero’ a chiunque incontrero’ nelle successive ore!! Comunque sia, per la gioia di chi mi circonda, il giorno dopo me ne sto in silenzio assoluto! Scatto foto a fiori giganti, e passeggiando per le pigre viuzze del pueblo, solo una cosa diventera’ oggetto di tutta la mia attenzione, una piccola villetta con dei papaveri mai visti in vita mia, neanche nei siti di giardinaggio piu’ cazzuti e immediatamente penso: ” Quei papaveri saranno miei!”: In un primo momento provo a cercare i padroni di casa per chiedere informazioni , ma non trovo nessuno. Cosi’ per il resto della giornata cerco di capire come fare a fregargleli senza essere vista…dai non è una cosa cosi’ cattiva da fare…si lo so, se scoprissi qualcuno a rubare fiori dal mio giardino penso che gli tirerei una schioppettata nel culo in stile calamity jane! Pero’ si tratta di prendere solo un bulbo sfiorito dal quale ricavero’ i semiiiiii, dai, non è cosi’ tragico. Bene alla fine con la complicita’ dell’Ale che mi fara’ da palo, l’ultima sera vado all’attacco….ancora oggi riecheggia il suono sordido delle mie infallibili forbicine…zac…zac…fatto, missione compiuta! Contenta come una pasqua il mattino dopo mi avvio con il mio complice alla stazione dei bus, prossima meta puerto natales, il paesino cileno da dove partono le escursioni per il parco torres del paine. Arriviamo alla dogana e non ci ricordavamo che tutte le cose di origine animale e vegetale vanno dichiarate, in caso contrario se ti beccano qualcosa parte una super mega multa, quindi il nostro bugdet mensile potrebbe accusare un duro colpo. Frutta e formaggi severamente aboliti, ed il nostro primo pensiero va subito al nostro amatissimo pezzo di grana. Ci guardiamo con il terrore ben visibile sui nostri volti e pensiamo ” Oh cazzo e adesso?”. Abbraccio forte ” la creatura ” e la stringo al mio petto e con voce drammatica domando all’autista del bus…” che ne sara’ di lui? Lo rivedro’ mai piu’ ? Quasi singhiozzante! E lui si offre subito volontario per custodirmelo segretamente. Ma subito dopo ci rendiamo conto dei funghi, dello zafferano, dell’olio, della mia farina di echinoa che probabilmente non assaggiero’ mai, pero’ ” teniamola nel caso possa servirci!” delle foglie di coca per fare il the mattutino e ai vari semi raccimolati durante il viaggio, insomma piu’ che uno zaino, abbiamo una bottega ambulante! Nascondo parte delle cose in un angolo buio del mio zaino e quando ci troviamo di fronte al controllo, non crediamo ai nostri occhi…Ma porca miseria da quando in qua alla dogana hanno lo scanner come in aereoporto?? Via , siamo in sud america, è impossibile! Insomma, parte delle cose verranno dichiarate e ce le lascieranno, ma i mie bulbi di papavero verranno strappati dalle miei mani da quel maledetto dell’Ale che me li gettera’ con la successiva minaccia di non azzardarmi a raccoglierli! E a me vengono i lucciconi agli occhi! E il grana vi chiederete? Quel furbastro dell’autista ad un certo punto in lontananza mi fa cenno di no con la testa, proprio come quando qualcuno vuole comunicarci: ” purtroppo non ce l’ha fatta! ” Siiiiiii……dopo averlo sottoposto ad interrogatorio, penso ” Valla a raccontare a qualcun’altro!!Tze!” Salgo sul bus con un radar al posto degli occhi e difatti eccolo imboscato per bene. Lui rassegnato all’evidenza lo restituiisce e accenna ridendo che potremmo dargliene meta’! ” Siiiiii, figurati, toccami tutto ma non il mio grana! Soprattutto dopo che te lo volevi fregare! Arrivati a Puerto natales, cerchiamo un ostello, preferibilmente quello piu’ economico, e dopo vari tentativi riesco a scegliere quello piu’ cesso di tutti. Ma credetemi veramente cesso, con un ambiente tristissimo, silenzioso, umido, freddo e con foto sbiadite alle pareti raffiguranti party con i turisti, tutti sorridenti, ma a vedere come è ridotto il posto ora, sembrano proprio ricordi lontani.
Quindi diamo inizio al toto scommesse riguardo cosa possa essere potuto capitare per ridurlo allo stato attuale, di completo abbandono. Ci facciamo i filmini piu’ assurdi e ci addormentiamo con la promessa di cercarne subito un’altro il giorno dopo! Detto fatto, ne troviamo uno pulito, caldo, con colazione e vari confort a poco prezzo. Questo ostello diventera’ un po’ come casa nostra anche dopo aver fatto il trekking, dove faremo amicizia anche con due simpatici francesi che reincontreremo piu’ avanti. Risolto il problema ” ostello “, andiamo alla ricerca di tutto il necessario per affrontare cinque giorni intensi di trekking nella montagna. Prima di tutto dobbiamo comprarci degli indumenti termici…pensiamo: “cavolo ma costano!!” Ma il mio pensiero vola subito all’ultimo trekking fatto in Colombia, dove faceva un freddo cane…quindi nella mia mente fa capolino l’immagine di noi, in tenda, distesi in posizione fetale ( con tanto di dito in bocca ) completamente congelati, con al nostro fianco un ultimo messaggio ai nostri cari…” Vi abbiamo voluto un sacco di bene”. Va bhè, ci tocca. Ok adesso è tutto pronto, abbiamo tutto quello che ci serve, compresa la scorta di cibo per cinque giorni…memori del passato compriamo un sacco di zuppe in busta, che pesano meno . Il nostro trekking prevede un percorso a forma di doppia v che va a coprire tutti i posti piu’ belli, dalle torri, ai laghi fino al glacial grey che prende il nome dall’ononimo lago, ma noi purtroppo non riusciremo a vederlo, causa tempo infame.
Il giorno dopo partiamo con dieci chili cadauno sulle spalle con l’entusiasmo di due piccoli boy scouts, ma io vengo sopraffatta subito dallo sconforto vedendo il primo pezzo completamente in salita e daro’ inizio ai miei fatidici lamenti, intervallati da attimi di disperazione totale, ma riusciamo ad arrivare al primo camping gratuito, dove impieghiamo piu’ del dovuto a montare la tenda ( avevate dubbi a riguardo?).

e arranco...

e arranco...

la tenda molle

la tenda molle

Li’ facciamo amicizia con alcuni ragazzi, una coppia spagnola francese e un artesano cileno, diciamo un po’ fuori di testa. A tal punto da permettersi battute un po’ azzardate con una ragazza israeliana, ovvero le chiede: ” da dove vieni?” e lei risponde: ” Israele” e lui: ” Ah, dove tatatatatatata” e mima il suono di un mitra che ammazza tutti con tanto di bomba finale lanciata!! Lei rimane sgomenta ed incredula per alcuni secondi, fino a quando tutti cerchiamo di sdramatizzare la situazione….anche perchè praticamente eravamo circondati da circa una quindicina di loro, quindi onde evitare casini!
La sera a nanna presto con il rumore del vento che ci fa da ninna nanna e la mattina successiva, mettendo il muso fuori dalla tenda, rimaniamo a bocca aperta…scorgiamo tra gli alberi le torri e l’alba dona loro un caldo color arancio, quindi ci vestiamo di fretta e furia e ci dirigiamo al sentiero. Quando arriviamo in cima siamo solo in tre, ci sediamo e in tutta tranquillita’ ci godiamo il panorama in totale silenzio…che bello!

torres del paine

torres del paine

paesaggi patagonici

paesaggi patagonici

Camminiamo da un rifugio all’altro, circondati da un paesaggio bellissimo fatto di laghi, montagne, ruscelli e piacevoli camminate in piano ( che a me piacciono tanto ) ma con le orecchie congelate dal vento, che nel frattempo non ci da tregua, è veramente fortissimo, nonostante il peso che abbiamo sulle spalle e la ciccia accumulata, ci butta a terra piu’ di una volta. A el Calafate, durante i miei vari ” attaccamenti di pezza” avevo conosciuto una ragazza cilena che era appena tornata dal trekking e mi aveva fatto un sacco di raccomandazioni riguardo il vento, mi aveva raccontato che aveva dovuto addirittura aggrapparsi ad una pianta da tanto forte che era. Ed io nella mia mente pensavo: ” Eh, addirittura, che esagerazione!!” Bhè, ragazzi, credetemi…ad un certo punto del sentiero anch’io mi sono dovuta aggrappare saldamente ad una pianta perchè le raffiche erano fortissime…sembrava di essere nella galleria del vento dove fanno i collaudi!! Mi mancavano solo le guance deformate e ballonzolanti con annesso filo di bava!

non male aprire la tenda e vedere questo

non male aprire la tenda e vedere questo

La pachamama nel frattempo ci regala solo tre giorni di sole e cielo terso mentre gli ultimi due andranno peggiorando fino ad all’ultimo, dove incontriamo nuovamente i ragazzi conosciuti in precedenza e decidiamo tutti insieme di avviarci verso un camping gratuito sulla strada del ritorno. Il vento è fortissimo e freddo, ma fortunatamente soffia alle nostre spalle e la pioggia non ci da tregua…ci spettano solo undici kilometri di camminata in una pampa desolata che sembra non aver mai fine.

nella steppa sotto il nubifragio

nella steppa sotto il nubifragio

Increduli arriviamo prima del previsto al camping, al nostro ” magic rifugio”, ma visto il tempo non riusciamo a montare la tenda quindi bagnati fradici ci rifugiamo in una casa improvvisata e pensiamo : ” qui moriremo tutti assiderati” ma ecco che con nostra sorpresa il cileno tira fuori una mannaia di 50 cm e inizia a spaccare legna…si, lo sappiamo che non si possono fare fuochi nel parco, è severamente proibito, ma non c’è pericolo che si espanda causando un disastro ecologico di fama internazionale.
La notte la passeremo bevendo the di tutti i tipi, zuppe e scaldandoci vicino al fuoco ed io verro’ soprannominata ” la abuelita ” ovvero la nonnina…anche in questo caso figurero’ come la piu’ vecchia del gruppo. Io passo la notte insonne per curare il fuoco, visto che è la sola cosa che possa scaldare, poichè il mio sacco a pelo non è dei migliori. La mattiina seguente raccimoliamo le nostre cose, cancelliamo le tracce del nostro fuoco abusivo e ci avviamo alla amministrazione dove prenderemo il bus per far ritorno al tanto amato ostello. Penso che tutte le persone che abbiamo incontrato a posteriori si siano immediatamente rese conto del nostro fuoco abusivo poichè emaniamo un odore simile ad un camino.
Bilancio finale :
- 70 km di cammino in cinque giorni in un continuo sali e scendi
- 3 cadute dell’Ale e 4 mie, di cui una di culo su di un sasso mentre attraversavo il ruscello
- 1 lente a contatto persa
- 2 ponchi antipioggia totalmente distrutti dal vento ( costavano poco e si è visto)
- 4 notti in balia di un tempo infame
- ancora indefinito il numero di zuppe consumate e di tutte las malas palabras ( parolaccie ) dette durante tutto il tragitto.

la abuelita

la abuelita

il magic refugio

il magic refugio

sopravvissuti e contenti

sopravvissuti e contenti

los cuernos del paine dopo la tempesta

los cuernos del paine dopo la tempesta

Tornati a puerto natales salutiamo i ragazzi e soggiorniamo ancora per un quattro giorni nella nostra ” casetta ” …ormai siamo un po’ della famiglia. Ma arriva il giorno della partenza, prossima tappa Ushuaia , la citta’ piu’ australe al mondo. Qui i primi abitanti del luogo, gli indigeni yamana, vivevamo cacciando e pescando totalmente nudi e per scaldarsi accendevano di continuo fuochi e pare che sia questo il motivo per il quale adesso la regione si chiama ” tierra del fuego ” Ora gli yamana non ci sono piu’, solo una discendente di sangue puro è ancora viva e altri di sangue misto che vivono pero’ in puerto williams, una sperduta cittadina situata nella parte cilena, al di la’ del canale di beagle. Ora invece Ushuaia si presenta ai nostri occhi come una citta’ un po’ troppo turistica, senza quell’alone mitico che la circonda ma pur sempre affascinante. E da qui in poi avra’ inizio la mia ossessione….ovvero ” i pinguini ” !

la katia totalmente rincretinita per dei pinguini

la katia totalmente rincretinita per dei pinguini

Avrei voluto vederli in Puerto Madryn, dove si trova la piu’ grande colonia di pinguini nel Sud America, ma il nostro budget non ce lo permette, quindi ripiego per quella piu’ piccola situata in una spiaggia nel canale di beagle. Ma c’è un piccolo problema da affrontare….la mia fobia dell’acqua! Eh si ragazzi, mi tocca prendere una barca da sola, anche perchè all’Ale a detta sua ,” non gliene puo’ frega’ de meno dei pinguini” quindi comprato il biglietto del tour ( non mi piacciono i tour organizzati, ma era l’unico modo…azz…) mi avvio alla barca. Navighiamo per tutto il canale di Beagle, le stesse acque percorse dal giovane Charles Darwin, ( guru dell’Ale) e dopo aver visto gruppi di pajaros ( una specie di pinguino che vola…(in caso vi ricordo che c’è sempre wikipedia a vostra disposizione) e leoni marini che se ne stanno abbarbicati su delle rocce ci dirigiamo verso ” il faro piu’ a sud del mondo” a quanto pare tutto qua si possono trovare tutte le cose piu’ australi del mondo! Ma ecco che sta per giungere il momento da me tanto atteso e subito sgomitando mi piazzo in prima fila…eccoliiiii! Attraccano il catamarano prorio sulla siaggia, noi non possiamo scendere, è proibito, ma loro si possono vedere come ad un metro di distanza.Subito si avvicinano curiosi e ci accolgono con tuffi in mare e la loro inconfondibile e buffissima camminata!! Io con i lucciconi agli occhi sembro impazzita, continuo a scattare foto e li guardo come fossero figli miei. Due cose non sapevo dei pinguini ovvero che in acqua nuotano velocissimi, da far impallidire un delfino e che emanano un suono simile al raglio di un asino!!

pinguini volanti

pinguini volanti

leoni marini che alitano addosso a un gabbiano

leoni marini che alitano addosso a un gabbiano

il faro alla fin del mundo

il faro alla fin del mundo

finalmente i pinguini

finalmente i pinguini

Purtroppo il tempo a disposizione finisce, quindi a malincuore li saluto con la speranza di rivederli presto. Arrivata all’ostello tiro matto l’Ale, non smetto piu’ di parlare. Facciamo un po’ di festa con i ragazzi francesi e poi subito a nanna, visto che dobbiamo prendere il bus alle cinque del mattino, prossima tappa El Chalten…ancora in viaggio per le ventose strade patagoniche..e chi l’avrebbe mai detto che lo stiamo facendo veramente!! Se prima ci sembrava di guardare il mondo da un oblo’ adesso lo stiamo vivendo da protagonisti!! Gia’!!
Lakatia

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